Comportamento

Si succhia il pollice, si mangia le unghie, si strappa i capelli: le abitudini nervose dei bambini

Non sono vizi: sono modi di regolarsi. Perché succedono, quando contano davvero e cosa funziona per smettere — senza farne una battaglia quotidiana.

Dott. Giovanni Vitale

Dott. Giovanni Vitale

Neuropsichiatra Infantile

Settembre 20266 min di lettura

Si succhia il pollice a otto anni. Si mangia le unghie fino a farsi sanguinare le dita. Si attorciglia una ciocca di capelli finché non la stacca. Gliel'hai detto mille volte, e mille volte lui ha smesso per dieci minuti.

Sono comportamenti diversi tra loro, ma hanno un motore comune e per questo si affrontano nello stesso modo. In letteratura si chiamano comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo; nelle case si chiamano vizi, ed è la parola che rende tutto più difficile.

Non sono vizi: sono regolatori

Un vizio si sceglie. Questi comportamenti no: si attivano da soli, quasi sempre fuori dalla consapevolezza, e servono a regolare uno stato interno. Non sempre è ansia — molto spesso è noia, o l'esatto contrario, la concentrazione intensa: il bambino si mangia le unghie davanti ai compiti difficili e davanti al cartone animato, cioè quando la testa è troppo occupata o troppo poco.

Sono comunissimi. Succhiarsi il pollice riguarda quasi tutti i lattanti e persiste in circa un bambino su cinque a 5 anni; l'onicofagia, cioè mangiarsi le unghie, riguarda circa un bambino su tre in età scolare e aumenta ancora in adolescenza. Nella grande maggioranza dei casi si esauriscono da soli.

La domanda utile non è «come glielo tolgo», ma «sta facendo un danno?». Se non lo sta facendo, il tempo è dalla vostra parte e l'intervento più efficace è non farne una battaglia quotidiana.

Succhiare il pollice: quando conta davvero

Prima dei 4 anni è fisiologico e non richiede nulla. Diventa un problema quando prosegue dopo la comparsa dei denti permanenti, indicativamente dai 5-6 anni, perché la spinta ripetuta può modificare l'arcata dentale e il morso, e a quel punto il parere è del dentista o dell'ortodontista prima che di chiunque altro.

Le altre conseguenze reali sono la pelle del dito macerata, i geloni in inverno, e — dai 6-7 anni in su — le prese in giro dei compagni, che spesso sono il vero motivo per cui il bambino stesso chiede aiuto.

Cosa funziona: aspettare che sia lui a volerlo, perché senza la sua adesione nessun metodo tiene; dare un sostituto per le mani nei momenti in cui succede di più; usare un promemoria fisico non punitivo — un cerotto, un braccialetto, uno smalto amaro concordato con lui, mai messo di nascosto. Cosa non funziona: il rimprovero pubblico, che aggiunge vergogna al comportamento senza toglierne la causa.

Mangiarsi le unghie

L'onicofagia è la più diffusa e la più tenace. Diventa clinicamente rilevante quando c'è sanguinamento, dolore, infezioni periungueali ripetute, o quando il bambino nasconde le mani.

L'approccio con le prove migliori si chiama inversione dell'abitudine, ed è semplice nella struttura: prima si impara ad accorgersene — un diario di quando succede, che quasi sempre rivela una situazione ricorrente e non uno stato d'animo generico; poi si associa a quel momento un gesto incompatibile, cioè qualcosa che con le mani impedisca fisicamente l'altro (stringere i pugni, tenere un oggetto, sedersi sulle mani per un minuto); infine si tiene il conto dei successi, non degli errori.

Le unghie molto corte e ben curate riducono l'appiglio più di qualsiasi ammonimento. E vale la pena guardare se sotto c'è ansia vera o un carico scolastico che non regge: in quel caso si lavora lì, e le unghie seguono.

Strapparsi i capelli: qui la soglia è più bassa

La tricotillomania non va messa sullo stesso piano delle altre due. Strapparsi i capelli, le ciglia o le sopracciglia fino a lasciare zone visibilmente diradate è un disturbo a sé, con criteri diagnostici propri, e merita una valutazione specialistica anche quando è recente.

I segni da non minimizzare: chiazze senza capelli, spesso su un solo lato o in una zona che il bambino raggiunge facilmente; ciglia o sopracciglia mancanti; cappellini e fasce indossati sempre; il gesto che continua anche davanti agli altri. Va guardata anche l'abitudine di mangiare i capelli strappati, che può portare a una complicanza intestinale seria e va sempre riferita al medico.

Il trattamento di riferimento resta comportamentale, con le stesse basi dell'inversione dell'abitudine ma condotto da un professionista, e con attenzione a ciò che spesso c'è accanto: ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, o un periodo difficile che nessuno ha messo in relazione.

E se non passa? Le stesse abitudini da grandi

Succhiarsi il pollice da adulti è più frequente di quanto si ammetta, e quasi sempre resta confinato ai momenti di solitudine e di sonno. Mangiarsi le unghie in età adulta è comunissimo. Non sono, di per sé, segni di immaturità né di un trauma nascosto: sono comportamenti autoregolatori che non hanno mai trovato un sostituto.

Il motivo per cui vale la pena occuparsene da bambini non è dunque scongiurare un destino, ma una cosa più concreta: prima si interviene, meno danno fisico e meno vergogna si accumulano — sui denti nel caso del pollice, sulle dita nel caso delle unghie, sui capelli nel caso della tricotillomania.

Due settimane di diario, prima di qualunque metodo

È la mossa che dà il maggior guadagno a fronte del minimo sforzo, e quasi nessuno la fa. Per due settimane si annota soltanto quando succede: ora, luogo, cosa stava facendo. Nient'altro — nessun rimprovero, nessun tentativo di fermarlo.

Quello che emerge quasi sempre non è «quando è agitato», ma qualcosa di molto più preciso: davanti ai compiti di matematica, in macchina, guardando la televisione, nei dieci minuti prima di addormentarsi. E un momento preciso si può cambiare — offrendo qualcosa da fare con le mani proprio in quel momento — mentre uno stato d'animo generico no. È anche l'unico modo per capire se dietro c'è una situazione che va affrontata per conto suo.

Quando l'abitudine è la punta di qualcos'altro

Un comportamento ripetitivo diventa un motivo per chiedere una valutazione quando: provoca danno fisico; occupa gran parte della giornata; il bambino evita situazioni sociali per nasconderlo; compare insieme ad altri segnali — tic, rituali, difficoltà di attenzione marcate; oppure ricomincia di colpo in un bambino che aveva smesso da tempo, che è quasi sempre il segno di un cambiamento nella sua vita.

Due precisazioni che evitano confusioni frequenti. I tic non sono abitudini: sono involontari, hanno una qualità improvvisa e a scatto, e non danno il sollievo che dà mangiarsi le unghie. E digrignare i denti nel sonno non appartiene a questa famiglia: succede mentre il bambino dorme, non ha nulla da regolare e si affronta in tutt'altro modo — ne parliamo nella pagina sul bruxismo.

Per tutto il resto, la cosa più efficace che può fare un genitore è togliere il comportamento dal terreno del conflitto. Finché è materia di rimproveri, il bambino ha un motivo in più per farlo di nascosto — e nessuno per smettere.

Dott. Giovanni Vitale — Neuropsichiatra Infantile

L'autore

Dott. Giovanni Vitale

Neuropsichiatra Infantile specializzato in ADHD, disturbi dello spettro autistico, DSA e disturbi del comportamento in bambini e adolescenti. Fondatore di BrainGas — Difficoltà in Abilità. Valutazioni diagnostiche, percorsi di trattamento personalizzati e supporto diretto alle famiglie in Campania e Lazio.

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Avviso importante

Questo articolo ha scopo esclusivamente informativo e non sostituisce una consulenza medica professionale, una diagnosi clinica o una prescrizione terapeutica. Per qualsiasi preoccupazione relativa alla salute di tuo figlio, rivolgiti a un medico specialista qualificato.

Domande frequenti

Come far smettere un bambino di succhiarsi il pollice?
Prima dei 4 anni non serve fare nulla. Dopo, il metodo che funziona parte dalla sua adesione: senza, nessuna tecnica tiene. Poi si usa un promemoria fisico non punitivo — un cerotto, un braccialetto, uno smalto amaro concordato con lui, mai messo di nascosto — e si offre qualcosa da fare con le mani nei momenti in cui succede di più. Il rimprovero pubblico peggiora, perché aggiunge vergogna senza togliere la causa.
Fino a che età è normale succhiarsi il pollice?
È fisiologico fino ai 4 anni e persiste in circa un bambino su cinque a 5 anni. Diventa un problema da affrontare quando prosegue dopo la comparsa dei denti permanenti, indicativamente dai 5-6 anni, perché può modificare l'arcata dentale e il morso: a quel punto il parere è del dentista o dell'ortodontista.
Perché mio figlio si mangia le unghie?
L'onicofagia riguarda circa un bambino su tre in età scolare. Non è sempre ansia: molto spesso è noia o, al contrario, concentrazione intensa. È un comportamento che regola uno stato interno e si attiva fuori dalla consapevolezza — per questo il bambino smette per dieci minuti e poi ricomincia senza accorgersene.
Cosa funziona contro il mangiarsi le unghie?
L'inversione dell'abitudine: prima un diario di due settimane per capire quando succede davvero, poi un gesto incompatibile da fare con le mani proprio in quel momento — stringere i pugni, tenere un oggetto — e infine il conto dei successi, non degli errori. Le unghie tenute molto corte riducono l'appiglio più di qualsiasi ammonimento.
Mio figlio si strappa i capelli: è grave?
La tricotillomania non va messa sullo stesso piano del pollice o delle unghie: è un disturbo a sé, con criteri propri, e merita una valutazione specialistica anche quando è recente. I segni da non minimizzare sono chiazze diradate, ciglia o sopracciglia mancanti, cappelli e fasce indossati sempre. Se il bambino mangia i capelli strappati va sempre detto al medico: può dare una complicanza intestinale seria.
Sono la stessa cosa dei tic?
No. I tic sono involontari, improvvisi e a scatto, e non danno il sollievo che dà mangiarsi le unghie. Le abitudini nervose sono comportamenti autoregolatori che si possono interrompere volontariamente per un po'. Anche digrignare i denti nel sonno è un'altra cosa ancora: succede mentre il bambino dorme e si affronta in tutt'altro modo.
Quando bisogna preoccuparsi?
Quando il comportamento provoca danno fisico, occupa gran parte della giornata, porta il bambino a evitare situazioni sociali per nasconderlo, si presenta insieme a tic, rituali o difficoltà di attenzione marcate, oppure ricomincia di colpo in un bambino che aveva smesso da tempo — che è quasi sempre il segno di un cambiamento nella sua vita.
Passano da sole?
Nella grande maggioranza dei casi sì, e il tempo è dalla parte dei genitori. La domanda utile non è come toglierla, ma se stia facendo un danno: denti, dita, capelli, o la vergogna davanti ai compagni. Se non lo sta facendo, l'intervento più efficace è non trasformarla in una battaglia quotidiana.

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