ADHD

ADHD nei genitori: riconoscersi dopo la diagnosi del figlio

Fra un quarto e la metà dei genitori di bambini con ADHD ha lo stesso disturbo. Che cosa dicono gli studi, a chi rivolgersi e perché il neuropsichiatra infantile si ferma a diciotto anni.

Dott. Giovanni Vitale

Dott. Giovanni Vitale

Neuropsichiatra Infantile

Aprile 2026⏱ 16 min di letturaUltima revisione: Settembre 2026
ADHD nei genitori: riconoscersi dopo la diagnosi del figlio. Due file di figure. In basso quattro bambini, tutti con ADHD, pieni in viola. Da ognuno sale una freccia verso il suo genitore, in alto: è la diagnosi del figlio. Dei quattro genitori uno è pieno in viola, con la parola «sì»; uno è pieno in ottone, con «se è 1 su 2»; due sono vuoti, con «no». A destra la cifra: 1 su 4, fino a 1 su 2. Secondo una revisione americana fra un quarto e la metà dei genitori di bambini con ADHD ha lo stesso disturbo. Accanto al titolo il ritratto, in fondo la fonte.
Fonti: J Abnorm Child Psychol, 2017.

Capita quasi sempre nello stesso momento della visita. Sto spiegando a due genitori perché il figlio fatica a restare sul compito, perché perde le cose, perché parte prima che io abbia finito la frase. A un certo punto uno dei due smette di guardare me e guarda l'altro. Poi arriva la frase, in una delle sue tante versioni. «Dottore, ma allora ce l'ho anch'io».

Succede spesso abbastanza da meritare una pagina intera. Ed è anche il momento in cui devo dire una cosa che a volte delude, quindi la metto subito, prima di tutto il resto.

Io mi fermo a diciotto anni

Il neuropsichiatra infantile è il medico dell'età evolutiva. Valuta e cura bambini e ragazzi da zero a diciotto anni. Un adulto che sospetta di avere un ADHD lo valuta uno psichiatra, meglio se si occupa abitualmente di questo disturbo negli adulti. Quella valutazione io non la faccio.

Dietro il confine c'è una ragione pratica. Riconoscere un ADHD in una persona di quarant'anni vuol dire ricostruirne l'infanzia, e nessuno ci riesce a occhio. Serve un colloquio con qualcuno che c'era in quegli anni, di solito un genitore anziano o un fratello maggiore. Servono le pagelle vecchie, se esistono ancora. Serve escludere tutte le altre condizioni che producono gli stessi segni. È un lavoro lungo, e diverso da quello che faccio in ambulatorio con un bambino di otto anni. Chi lo fa di mestiere lo fa meglio.

Il riconoscimento del genitore però riguarda il figlio da vicino, e più avanti si capisce in che modo.

Perché tanti genitori si riconoscono

L'ADHD è uno dei disturbi psichiatrici più ereditabili che conosciamo. La stima classica, ricavata da decenni di studi su famiglie, gemelli e adozioni, è del 74 per cento (Faraone e Larsson, 2019). Il numero indica quanta parte della differenza fra chi ha l'ADHD e chi non ce l'ha si spiega con la genetica. È una quota alta, più alta che nella maggioranza delle condizioni che vedo in ambulatorio.

Un lavoro svedese ha fatto i conti su 59.514 gemelli nati fra il 1959 e il 2001, usando le diagnosi cliniche registrate nei sistemi sanitari invece dei questionari (Larsson e colleghi, 2014). L'ereditabilità sull'intero campione è risultata 0,88. Negli adulti, dove alcuni studi precedenti avevano trovato numeri bassi, è risultata 0,72. Gli autori hanno concluso che i valori bassi di prima dipendevano da come veniva raccolta l'informazione, non dalla biologia.

Sul versante clinico il conto è più diretto. Una revisione americana stima che fra un quarto e la metà dei genitori di bambini con ADHD abbiano a loro volta l'ADHD (Chronis-Tuscano e colleghi, 2017). Quando in ambulatorio un genitore si riconosce, quindi, sta descrivendo qualcosa che ha buone probabilità di essere reale.

Su questo disturbo esiste anche un documento di riferimento internazionale. Ottanta ricercatori lo hanno firmato nel 2021, raccogliendo 208 conclusioni basate su prove, con lo scopo dichiarato di arginare le informazioni sbagliate che lo circondano (Faraone e colleghi, 2021). È lungo e tecnico, ed è liberamente consultabile. Chi vuole andare alla fonte primaria trova lì la sintesi più affidabile che esista oggi.

Quanti adulti ce l'hanno davvero

I numeri di popolazione sono più bassi di quanto ci si aspetti. La National Comorbidity Survey Replication, condotta su un campione rappresentativo di 3.199 americani fra i 18 e i 44 anni con intervista clinica di conferma, ha stimato il 4,4 per cento (Kessler e colleghi, 2006). Le indagini dell'Organizzazione mondiale della sanità in venti paesi, su 26.744 intervistati, hanno dato una media del 2,8 per cento, con valori più alti nei paesi ricchi e più bassi in quelli poveri (Fayyad e colleghi, 2017).

La revisione sistematica più aggiornata separa due misure che spesso vengono confuse (Song e colleghi, 2021). L'ADHD adulto persistente, cioè con esordio documentato nell'infanzia, riguarda il 2,58 per cento della popolazione. L'ADHD adulto sintomatico, cioè chi soddisfa i criteri oggi a prescindere da come stava da bambino, riguarda il 6,76 per cento. Entrambe le quote scendono con l'età, e la prima scende più in fretta.

Nelle indagini dell'Organizzazione mondiale della sanità la ricerca di cure era bassa dappertutto. Quando c'era, riguardava quasi sempre l'ansia o la depressione, cioè quello che l'ADHD si porta dietro, e quasi mai l'ADHD stesso. È il motivo per cui tanti adulti arrivano ai cinquant'anni senza che nessuno abbia mai fatto la domanda.

Come si vede in un adulto

Il quadro cambia forma con l'età. L'iperattività motoria del bambino di sei anni, quello che si alza dalla sedia durante la lezione, negli anni diventa un'irrequietezza interna che gli altri non vedono affatto. La disattenzione resta, ed è la componente più stabile delle tre. L'impulsività si sposta dalle mani alle decisioni, e da lì al portafoglio, alla guida, alle relazioni.

La revisione europea sulle traiettorie di vita mette in fila quello che comporta nel tempo (Franke e colleghi, 2018). Più incidenti stradali. Più separazioni. Carriere lavorative discontinue, con cambi frequenti e periodi di disoccupazione. Un rischio più alto di disturbi dell'umore e di dipendenze. Gli autori insistono su un punto che in Italia si legge poco, e cioè che la ricerca sull'ADHD adulto ha vent'anni di ritardo rispetto a quella sull'ADHD del bambino.

Il consenso europeo sull'ADHD dell'adulto, scritto da 63 clinici e ricercatori, aggiunge che in molti paesi europei il disturbo negli adulti resta sotto diagnosticato e sotto trattato (Kooij e colleghi, 2019). La conseguenza è la cronicità dei sintomi, e costi sanitari e sociali che si potevano evitare. Lo stesso documento segnala che lo stigma attorno all'ADHD nasce soprattutto dalla scarsa conoscenza del disturbo, e che pesa sui pazienti quanto i sintomi.

Quasi tutte le pagine sull'argomento elencano poi disorganizzazione, procrastinazione, dimenticanze, difficoltà a stimare il tempo, iperconcentrazione su ciò che interessa e paralisi su ciò che annoia. Sono descrizioni corrette. Descrivono però altrettanto bene una persona con un carico di lavoro insostenibile, una depressione lieve, un'apnea notturna mai curata, un disturbo d'ansia, oppure due bambini piccoli in casa e sei ore di sonno a notte.

Quello che di solito viaggia insieme

Un adulto con ADHD raramente ha solo quello. Il consenso europeo dedica pagine intere alle condizioni che si presentano insieme, e le divide per gruppi. Disturbi d'ansia e dell'umore. Uso di alcol e sostanze. Disturbi del sonno, con un ritardo di fase molto frequente, cioè persone che non riescono ad addormentarsi prima delle due di notte e poi devono alzarsi alle sette. Disturbi alimentari. Tratti di personalità che complicano il quadro.

Questo intreccio conta per chi cerca una valutazione. Un professionista che guardi solo i sintomi di ADHD e non il resto rischia di dare un nome parziale a una storia complicata. Vale anche al contrario, perché un adulto in cura da anni per ansia o depressione, che non risponde come dovrebbe, a volte ha un ADHD sotto che nessuno ha cercato.

Per un neuropsichiatra infantile la stessa logica vale sul bambino. Quando un genitore mi racconta la propria storia, mi sta dando informazioni su come funziona la casa in cui il bambino cresce, sugli orari, sul sonno, su quanto è prevedibile la giornata. Sono cose che entrano nel piano di lavoro.

Dal sospetto alla diagnosi

Questa parte si legge di rado, e un genitore ha diritto di conoscerla prima di prenotare qualsiasi cosa.

Negli ultimi dieci anni tre studi longitudinali su tre continenti diversi hanno seguito migliaia di bambini fino all'età adulta, chiedendosi se gli adulti con ADHD fossero gli stessi bambini con ADHD. La risposta ha sorpreso gli autori stessi.

A Dunedin, in Nuova Zelanda, 1.037 persone sono state seguite dalla nascita fino a 38 anni, con il 95 per cento del campione ancora presente alla fine (Moffitt e colleghi, 2015). L'ADHD infantile riguardava il 6 per cento, quello adulto il 3 per cento. I due gruppi però quasi non si sovrapponevano. Il 90 per cento degli adulti con ADHD non aveva alcuna storia di ADHD infantile. In più, il gruppo adulto non mostrava i deficit ai test neuropsicologici né il profilo di rischio genetico che invece caratterizzavano il gruppo infantile.

Nel Regno Unito, lo studio E-Risk ha seguito 2.232 gemelli nati fra il 1994 e il 1995, con valutazioni a 5, 7, 10, 12 e 18 anni (Agnew-Blais e colleghi, 2016). Dei 247 bambini con ADHD, 54 avevano ancora la diagnosi a 18 anni, cioè il 21,9 per cento. E dei 166 giovani adulti con ADHD, 112 non avevano mai soddisfatto i criteri in nessuna delle valutazioni precedenti.

In Brasile, la coorte di Pelotas ha seguito 5.249 nati nel 1993 fino ai 18-19 anni (Caye e colleghi, 2016). Solo il 17,2 per cento dei bambini con ADHD ce l'aveva ancora da giovane adulto, e solo il 12,6 per cento dei giovani adulti con ADHD ce l'aveva avuto da bambino. Fra i bambini prevalevano i maschi, come da manuale. Fra i giovani adulti prevalevano le femmine. Del riconoscimento tardivo nelle ragazze ho scritto nella pagina sull'ADHD nelle bambine, dove il fenomeno ha una spiegazione sua.

La lettura opposta, e perché porta allo stesso posto

Quei tre studi hanno aperto un dibattito che dura ancora. La replica più solida è arrivata dal gruppo che gestisce lo studio MTA, la ricerca americana più lunga sull'ADHD (Sibley e colleghi, 2018). Hanno preso 239 ragazzi senza ADHD infantile, li hanno valutati otto volte dai dieci ai venticinque anni, e hanno riesaminato uno per uno i casi che sembravano a esordio tardivo.

Circa il 95 per cento di chi risultava positivo ai questionari di screening è stato escluso dopo la valutazione approfondita. Il motivo più frequente era che i sintomi e la compromissione comparivano solo nei periodi di uso pesante di sostanze. Altri casi erano oscillazioni cognitive che non compromettevano davvero la vita quotidiana, oppure un altro disturbo psichiatrico che produceva gli stessi segni. Nessun caso di ADHD a esordio adulto reggeva senza una storia psichiatrica complessa alle spalle.

Le due letture della letteratura restano in disaccordo su che cosa sia l'ADHD dell'adulto. Sul consiglio pratico però convergono, ed è per questo che le riporto entrambe. Da una parte e dall'altra la conclusione è la stessa. I questionari producono molti falsi positivi. Serve una valutazione clinica lunga, fatta da chi conosce il disturbo.

Come si svolge una valutazione fatta bene

Vale la spesa e il tempo sapere in anticipo che cosa aspettarsi, così si riconosce un percorso serio quando lo si incontra.

Il colloquio parte dalla vita di oggi e va all'indietro. Il professionista chiede della scuola, delle pagelle, delle note, di quello che dicevano gli insegnanti quando avevate otto anni. Cerca conferme fuori dalla vostra memoria, perché la memoria autobiografica su quegli anni è la parte più fragile di tutta la ricostruzione. Guarda se i problemi compaiono in almeno due contesti diversi della vita, per esempio a casa e al lavoro, e non in uno solo. Chiede in modo esplicito di alcol, cannabis, cocaina e stimolanti, senza girarci intorno, perché quella è la prima causa di diagnosi sbagliata.

Il questionario di riferimento esiste ed è l'ASRS, sviluppato per l'Organizzazione mondiale della sanità e validato su un campione di popolazione generale (Kessler e colleghi, 2005). Sono sei domande. Esiste in italiano, è gratuito, e in dieci minuti dice se ci sia motivo di approfondire. È uno strumento di screening. Un risultato positivo apre una valutazione, e si ferma lì.

Nella pratica clinica capita di vedere il percorso opposto, con un questionario compilato online che diventa una diagnosi nel giro di una seduta. Chi propone quella strada non sta seguendo il consenso europeo, che su questo punto è esplicito. Chiedere quanto durerà la valutazione, e se qualcuno parlerà con un familiare, distingue le due situazioni in trenta secondi.

Guarire, ricadere, e tutto quello che sta in mezzo

Lo studio MTA ha chiarito un'altra cosa che aiuta a leggere la propria storia. Per anni si è ripetuto che circa metà dei bambini con ADHD guarisce da adulto. L'analisi longitudinale di 558 bambini seguiti per sedici anni, con otto valutazioni successive, racconta qualcosa di diverso (Sibley e colleghi, 2022).

Circa il 30 per cento ha avuto una remissione completa a un certo punto del percorso. Di questi, il 60 per cento ha visto tornare i sintomi più avanti. Solo il 9,1 per cento ha mantenuto la remissione fino alla fine dello studio, e solo il 10,8 per cento è rimasto sintomatico in modo stabile a ogni valutazione. La maggioranza, il 63,8 per cento, ha alternato periodi buoni e periodi difficili. A venticinque anni, il 90 per cento aveva ancora sintomi residui.

Molti genitori che si riconoscono raccontano proprio questo andamento a onde. Anni in cui tutto funzionava, seguiti da anni in cui niente funzionava, senza riuscire ad attribuire il cambiamento a un evento preciso. Chi ha cambiato lavoro, o è diventato genitore, o ha perso il sostegno di casa, di solito colloca lì lo scivolamento. È il decorso più comune che i dati descrivano, e sapere che è comune toglie un peso.

La parte che riguarda suo figlio

Arrivo al motivo per cui, pur occupandomi di bambini, questa domanda mi interessa dentro l'ambulatorio. L'ADHD di un genitore cambia i risultati del trattamento del figlio.

Lo studio che lo ha mostrato per primo è del 2002, inglese, e resta il riferimento (Sonuga-Barke, Daley e Thompson). Ottantatré bambini di tre anni con ADHD e le loro madri hanno completato un programma di parent training di otto settimane. Le madri sono state divise in tre gruppi in base ai loro sintomi di ADHD misurati prima di iniziare. I figli delle madri con sintomi bassi o intermedi sono migliorati in modo sostanziale. I figli delle madri con sintomi alti non sono migliorati affatto. L'effetto non si spiegava con la depressione materna né con la gravità del quadro del bambino.

Un lavoro americano successivo ha guardato il meccanismo, filmando le interazioni fra 70 bambini con ADHD e le loro madri (Chronis-Tuscano e colleghi, 2008). Le madri con più sintomi di ADHD riferivano meno coinvolgimento, meno pratiche educative positive e una disciplina più incoerente. Nei filmati ripetevano la richiesta più volte prima di lasciare al bambino il tempo di obbedire. Chi ha l'ADHD sa quanto sia difficile applicare una regola sempre allo stesso modo, ogni giorno, per mesi. E il parent training chiede esattamente quello.

Restava da capire se curare l'ADHD della madre facesse rispondere meglio il figlio. Un gruppo tedesco ha costruito un trial randomizzato in cinque centri universitari per scoprirlo (Jans e colleghi, 2015). Centoquarantaquattro coppie madre-figlio, entrambi con ADHD, assegnate a caso a un trattamento multimodale della madre, psicoterapia di gruppo più terapia farmacologica, oppure a un semplice sostegno di counseling. Dopo dodici settimane tutte le coppie hanno fatto il parent training.

Il risultato è stato negativo. I sintomi esternalizzanti dei bambini sono migliorati allo stesso modo nei due gruppi, senza differenze significative a sei mesi né a un anno. Le madri del gruppo trattato in modo intensivo stavano meglio loro, questo sì. I figli no.

Tenuti insieme, i tre risultati portano più lontano di ciascuno per conto suo. I sintomi della madre predicono la risposta del bambino, e curarli in dodici settimane non basta a cambiarla. Probabilmente perché il legame passa anche da altro, e perché tre mesi sono pochi per riorganizzare le abitudini quotidiane di una famiglia intera. La revisione del 2017 arriva alla stessa conclusione e chiede studi più lunghi. Nel frattempo la ricaduta pratica c'è già, e riguarda come si costruisce il piano.

Che cosa faccio quando succede in ambulatorio

Prima di tutto lo prendo sul serio, e lo dico. Un genitore che si riconosce mi sta dando un'informazione clinica utile sul bambino che ho davanti.

Poi spiego dove porta. Per sé stesso, a uno psichiatra dell'adulto, e da lì la cosa esce dal mio ambito. Per il figlio, invece, resta tutta dentro il mio, perché quel dato cambia il modo in cui imposto il lavoro.

Cambia in cose concrete. Do meno istruzioni per volta e le metto per iscritto. Costruisco routine più corte, con meno passaggi. Chiedo che il promemoria stia sul telefono e non nella testa. Coinvolgo l'altro genitore, o un nonno, o chiunque altro sia stabilmente in casa, sulle parti che richiedono costanza quotidiana. Programmo controlli più ravvicinati, perché un piano lasciato solo per tre mesi si sfilaccia. È la stessa logica per cui a un bambino disattento non si danno cinque consegne in fila.

Un'altra cosa che chiedo, quando il genitore apre l'argomento, riguarda il sonno di casa. Se in famiglia si va a letto alle due e ci si alza alle sette, il bambino paga quel ritmo quanto l'adulto, e nessun intervento comportamentale regge su cinque ore di sonno. È un punto su cui si può lavorare subito, senza aspettare nessuna diagnosi.

Se vedo che serve, aggiungo che il senso di colpa qui non aiuta nessuno. Nessuno sceglie che cosa trasmette ai figli, e su questo ho scritto per esteso nella pagina sul senso di colpa dopo la diagnosi. C'è poi un vantaggio che un genitore così ha rispetto agli altri. Sa dall'interno che cosa vuol dire perdere il filo, dimenticare, arrivare tardi senza volerlo. Quella conoscenza si può usare, e nei colloqui si vede chiaramente quando viene usata.

Un giorno toccherà anche a suo figlio cambiare medico

Resta un punto che riguarda il futuro. Il bambino che seguo oggi a nove anni, a diciotto uscirà dal servizio di neuropsichiatria infantile. Se i sintomi persistono, e nella maggioranza dei casi qualcosa persiste, dovrà passare ai servizi per adulti.

Uno studio inglese ha intervistato ragazzi con ADHD proprio durante quel passaggio (Swift e colleghi, 2013). È un lavoro qualitativo su dieci ragazzi, quindi va letto per quello che è, ma i temi che emergono li riconosco tutti. La transizione funziona quando è preparata per tempo, quando i due servizi si parlano, e quando il rapporto con il medico precedente è stato buono. Funziona peggio quando l'ADHD è l'unico problema, perché i servizi per adulti sono più attrezzati su ansia e depressione. E i ragazzi stessi dicevano di volere ancora i genitori accanto nel passaggio, cosa che a diciotto anni non è affatto scontata.

Lo scrivo qui perché è la stessa faglia di cui parlavo all'inizio. Fra il medico dei bambini e il medico degli adulti c'è un confine che in Italia si attraversa spesso male, in entrambe le direzioni. Sapere che esiste, e prepararsi in anticipo, è già metà del lavoro. Della fase che precede quel passaggio ho scritto nella pagina sull'ADHD in adolescenza.

In breve

Se leggendo la diagnosi di suo figlio ha pensato che quella descrizione somigliava anche a lei, la probabilità che sia vero non è piccola. Fra un quarto e la metà dei genitori di bambini con ADHD ha lo stesso disturbo. Il passo successivo è uno psichiatra che valuti gli adulti, con la storia della sua infanzia in mano e il tempo per farla bene. Un questionario online arriva a metà strada, e io mi fermo ancora prima.

Nel frattempo, quello che ha notato serve già adesso, nella stanza dove seguo suo figlio. Me lo dica. Cambia come costruisco il piano, e cambia quanto spesso ci rivediamo. Per capire come lavoriamo alla prima valutazione c'è la pagina sulla prima visita neuropsichiatrica, e per il quadro generale del disturbo nel bambino quella sull'ADHD nei bambini.

Fonti

Quello che c'è scritto qui sopra poggia sui lavori elencati sotto. I link portano agli articoli originali; per ciascuno è indicato se il testo completo è liberamente accessibile.

Letteratura scientifica

  • Sonuga-Barke E. J., Daley D., Thompson M. (2002). Does maternal ADHD reduce the effectiveness of parent training for preschool children's ADHD?. Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 41(6), 696-702. Ottantatré madri di bambini di tre anni con ADHD hanno completato un parent training di otto settimane e sono state divise in tre gruppi in base ai propri sintomi di ADHD, misurati prima dell'inizio. I figli delle madri con sintomi bassi o intermedi sono migliorati in modo sostanziale; quelli delle madri con sintomi alti non sono migliorati. L'effetto restava anche tenendo conto della depressione materna e della gravità del quadro del bambino. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
  • Kessler R. C., Adler L., Ames M., Demler O., Faraone S., Hiripi E. et al. (2005). The World Health Organization adult ADHD self-report scale (ASRS): a short screening scale for use in the general population. Psychological Medicine, 35(2), 245-256. Lo studio di validazione dell'ASRS, il questionario di screening per l'ADHD dell'adulto sviluppato per l'Organizzazione mondiale della sanità e tarato su un campione di popolazione generale. La versione breve a sei domande si è rivelata più accurata della versione completa a diciotto nel prevedere la diagnosi ottenuta con l'intervista clinica. Resta uno strumento di individuazione, non di diagnosi. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
  • Kessler R. C., Adler L., Barkley R., Biederman J., Conners C. K., Demler O. et al. (2006). The prevalence and correlates of adult ADHD in the United States: results from the National Comorbidity Survey Replication. American Journal of Psychiatry, 163(4), 716-723. Su un campione rappresentativo di 3.199 adulti fra i 18 e i 44 anni, con intervista clinica di conferma, la prevalenza è risultata del 4,4 per cento. Il disturbo si associava a un carico elevato di altre condizioni psichiatriche e a una compromissione lavorativa marcata, e risultava trattato solo in una minoranza dei casi. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
  • Chronis-Tuscano A., Raggi V. L., Clarke T. L., Rooney M. E., Diaz Y., Pian J. (2008). Associations between maternal attention-deficit/hyperactivity disorder symptoms and parenting. Journal of Abnormal Child Psychology, 36(8), 1237-1250. Settanta madri di bambini con ADHD sono state valutate con questionari e con l'osservazione diretta delle interazioni. Le madri con più sintomi riferivano meno coinvolgimento, meno pratiche educative positive e una disciplina più incoerente, e nei filmati ripetevano la richiesta prima di lasciare al bambino il tempo di rispondere. È il lavoro che descrive il meccanismo dietro il risultato di Sonuga-Barke. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
  • Swift K. D., Hall C. L., Marimuttu V., Redstone L., Sayal K., Hollis C. (2013). Transition to adult mental health services for young people with attention deficit/hyperactivity disorder (ADHD): a qualitative analysis of their experiences. BMC Psychiatry, 13(1), 74. Interviste in profondità a dieci ragazzi con ADHD nel momento del passaggio dai servizi per l'età evolutiva a quelli per adulti. La transizione riusciva quando era preparata in anticipo e i due servizi comunicavano fra loro, e falliva quando l'ADHD era l'unica condizione presente, perché i servizi per adulti sono organizzati soprattutto attorno ad ansia e depressione. I ragazzi chiedevano di poter contare ancora sui genitori durante il passaggio. Accesso aperto.
  • Larsson H., Chang Z., D'Onofrio B. M., Lichtenstein P. (2014). The heritability of clinically diagnosed attention deficit hyperactivity disorder across the lifespan. Psychological Medicine, 44(10), 2223-2229. Studio su 59.514 gemelli svedesi nati fra il 1959 e il 2001, basato sulle diagnosi cliniche registrate nei sistemi sanitari invece che sui questionari. L'ereditabilità è risultata 0,88 sull'intero campione e 0,72 negli adulti. Gli autori concludono che le stime più basse ottenute in precedenza negli adulti dipendevano dal metodo di rilevazione. Testo completo a pagamento; copia ad accesso aperto nell'archivio PubMed Central.
  • Jans T., Jacob C., Warnke A., Zwanzger U., Groß-Lesch S., Matthies S. et al. (2015). Does intensive multimodal treatment for maternal ADHD improve the efficacy of parent training for children with ADHD? A randomized controlled multicenter trial. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 56(12), 1298-1313. Centoquarantaquattro coppie madre-figlio, entrambi con ADHD, assegnate a caso in cinque centri universitari a un trattamento multimodale della madre oppure a un semplice sostegno di counseling; dopo dodici settimane tutte hanno svolto il parent training. Il risultato è negativo, perché i sintomi esternalizzanti dei bambini sono migliorati allo stesso modo nei due gruppi, sia a sei mesi sia a un anno. Le madri trattate in modo intensivo, però, stavano meglio. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
  • Moffitt T. E., Houts R., Asherson P., Belsky D. W., Corcoran D. L., Hammerle M. et al. (2015). Is adult ADHD a childhood-onset neurodevelopmental disorder? Evidence from a four-decade longitudinal cohort study. American Journal of Psychiatry, 172(10), 967-977. La coorte di Dunedin, in Nuova Zelanda, ha seguito 1.037 persone dalla nascita ai 38 anni, con il 95 per cento del campione ancora presente alla fine. L'ADHD infantile riguardava il 6 per cento e quello adulto il 3 per cento, ma il 90 per cento degli adulti con ADHD non aveva alcuna storia infantile del disturbo, e il gruppo adulto non mostrava i deficit neuropsicologici né il profilo di rischio genetico del gruppo infantile. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
  • Agnew-Blais J. C., Polanczyk G. V., Danese A., Wertz J., Moffitt T. E., Arseneault L. (2016). Evaluation of the persistence, remission, and emergence of attention-deficit/hyperactivity disorder in young adulthood. JAMA Psychiatry, 73(7), 713. Lo studio E-Risk ha seguito 2.232 gemelli britannici nati fra il 1994 e il 1995, con valutazioni a 5, 7, 10, 12 e 18 anni. Dei 247 bambini con ADHD, 54 avevano ancora la diagnosi a 18 anni, cioè il 21,9 per cento; e dei 166 giovani adulti con ADHD, 112 non avevano mai soddisfatto i criteri in nessuna valutazione precedente. Testo completo liberamente consultabile sul sito dell'editore.
  • Caye A., Rocha T. B. M., Anselmi L., Murray J., Menezes A. M. B., Barros F. C. et al. (2016). Attention-deficit/hyperactivity disorder trajectories from childhood to young adulthood. JAMA Psychiatry, 73(7), 705. La coorte di Pelotas, in Brasile, ha seguito 5.249 nati nel 1993 fino ai 18-19 anni. Solo il 17,2 per cento dei bambini con ADHD ce l'aveva ancora da giovane adulto, e solo il 12,6 per cento dei giovani adulti con ADHD ce l'aveva avuto da bambino. Il rapporto fra i sessi si inverte lungo il percorso, con una prevalenza maschile nell'infanzia e femminile nella giovane età adulta. Testo completo liberamente consultabile sul sito dell'editore.
  • Chronis-Tuscano A., Wang C. H., Woods K. E., Strickland J., Stein M. A. (2017). Parent ADHD and evidence-based treatment for their children: review and directions for future research. Journal of Abnormal Child Psychology, 45(3), 501-517. La revisione che raccoglie gli studi sull'argomento e da cui viene la stima secondo cui fra un quarto e la metà dei genitori di bambini con ADHD ha a sua volta il disturbo. Passa in rassegna i lavori che hanno provato a trattare il genitore per migliorare la risposta del bambino, ne discute i risultati contrastanti e indica quali studi mancano. Testo completo a pagamento; copia ad accesso aperto nell'archivio PubMed Central.
  • Fayyad J., Sampson N. A., Hwang I., Adamowski T., Aguilar-Gaxiola S., Al-Hamzawi A. et al. (2017). The descriptive epidemiology of DSM-IV adult ADHD in the World Health Organization World Mental Health Surveys. ADHD Attention Deficit and Hyperactivity Disorders, 9(1), 47-65. Le indagini dell'Organizzazione mondiale della sanità su 26.744 adulti in venti paesi danno una prevalenza media del 2,8 per cento, più alta nei paesi ad alto reddito e più bassa in quelli a reddito basso. La ricerca di cure risultava scarsa ovunque, e quando avveniva riguardava quasi sempre le condizioni associate anziché l'ADHD. Testo completo liberamente consultabile sul sito dell'editore.
  • Franke B., Michelini G., Asherson P., Banaschewski T., Bilbow A., Buitelaar J. K. et al. (2018). Live fast, die young? A review on the developmental trajectories of ADHD across the lifespan. European Neuropsychopharmacology, 28(10), 1059-1088. Revisione europea sulle traiettorie di vita dell'ADHD, dall'infanzia all'età anziana. Descrive come cambiano i sintomi con l'età, quali condizioni si aggiungono nel tempo e quali conseguenze si osservano su incidenti, relazioni e lavoro. Segnala anche il ritardo della ricerca sull'ADHD adulto rispetto a quella sull'età evolutiva. Accesso aperto.
  • Sibley M. H., Rohde L. A., Swanson J. M., Hechtman L. T., Molina B. S., Mitchell J. T. et al. (2018). Late-onset ADHD reconsidered with comprehensive repeated assessments between ages 10 and 25. American Journal of Psychiatry, 175(2), 140-149. Il gruppo dello studio MTA ha valutato otto volte, fra i dieci e i venticinque anni, 239 ragazzi senza ADHD infantile, riesaminando poi caso per caso chi sembrava avere un esordio tardivo. Circa il 95 per cento dei positivi allo screening è stato escluso dopo l'approfondimento, per lo più perché i sintomi comparivano solo nei periodi di uso pesante di sostanze. È la replica più solida agli studi di coorte sull'ADHD a esordio adulto. Testo completo liberamente consultabile sul sito dell'editore.
  • Faraone S. V., Larsson H. (2019). Genetics of attention deficit hyperactivity disorder. Molecular Psychiatry, 24(4), 562-575. La rassegna da cui viene la stima di ereditabilità del 74 per cento, ricavata mettendo insieme decenni di studi su famiglie, gemelli e adozioni. Esamina anche i risultati degli studi di associazione sull'intero genoma e spiega perché nessuna singola variante genetica spieghi da sola il disturbo. Accesso aperto.
  • Kooij J., Bijlenga D., Salerno L., Jaeschke R., Bitter I., Balázs J. et al. (2019). Updated European Consensus Statement on diagnosis and treatment of adult ADHD. European Psychiatry, 56(1), 14-34. Il documento di consenso della rete europea sull'ADHD dell'adulto, firmato da 63 fra clinici e ricercatori. Descrive come si conduce la valutazione diagnostica, quali condizioni vanno cercate insieme al disturbo e come si imposta il trattamento, e denuncia la sotto-diagnosi e il sotto-trattamento in gran parte d'Europa. Testo completo a pagamento; copia ad accesso aperto nel deposito dell'Amsterdam UMC.
  • Faraone S. V., Banaschewski T., Coghill D., Zheng Y., Biederman J., Bellgrove M. A. et al. (2021). The World Federation of ADHD International Consensus Statement: 208 evidence-based conclusions about the disorder. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 128, 789-818. Ottanta autori raccolgono 208 conclusioni sostenute da meta-analisi o da studi su grandi campioni, ciascuna con la propria fonte, dichiarando come scopo il contrasto alle informazioni sbagliate che circondano l'ADHD. È il riferimento più ampio disponibile oggi per chi voglia verificare una singola affermazione sul disturbo. Accesso aperto.
  • Song P., Zha M., Yang Q., Zhang Y., Li X., Rudan I. (2021). The prevalence of adult attention-deficit hyperactivity disorder: a global systematic review and meta-analysis. Journal of Global Health, 11, 04009. La meta-analisi che distingue l'ADHD adulto persistente, con esordio documentato nell'infanzia, dall'ADHD adulto sintomatico, definito solo sui criteri soddisfatti nel presente. Il primo riguarda il 2,58 per cento della popolazione e il secondo il 6,76 per cento; entrambe le stime diminuiscono con l'età. Accesso aperto.
  • Sibley M. H., Arnold L. E., Swanson J. M., Hechtman L. T., Kennedy T. M., Owens E. et al. (2022). Variable patterns of remission from ADHD in the Multimodal Treatment Study of ADHD. American Journal of Psychiatry, 179(2), 142-151. Analisi longitudinale di 558 bambini seguiti per sedici anni con otto valutazioni successive. Solo il 9,1 per cento ha raggiunto e mantenuto la remissione, e solo il 10,8 per cento è rimasto sintomatico in modo stabile; il 63,8 per cento ha alternato periodi di remissione e periodi di ricomparsa. A venticinque anni il 90 per cento presentava ancora sintomi residui. Testo completo a pagamento; copia ad accesso aperto nell'archivio PubMed Central.
Dott. Giovanni Vitale — Neuropsichiatra Infantile

L'autore

Dott. Giovanni Vitale

Neuropsichiatra Infantile specializzato in ADHD, disturbi dello spettro autistico, DSA e disturbi del comportamento in bambini e adolescenti. Fondatore di BrainGas (Difficoltà in Abilità). Valutazioni diagnostiche, percorsi di trattamento personalizzati e supporto diretto alle famiglie in Campania e Lazio.

!

Avviso importante

Questo articolo ha scopo esclusivamente informativo e non sostituisce una consulenza medica professionale, una diagnosi clinica o una prescrizione terapeutica. Per qualsiasi preoccupazione relativa alla salute di tuo figlio, rivolgiti a un medico specialista qualificato.

Domande frequenti

I genitori possono avere l'ADHD senza saperlo?
Succede spesso. L'ADHD ha un'ereditabilità stimata attorno al 74 per cento, e una revisione americana calcola che fra un quarto e la metà dei genitori di bambini con ADHD abbia a sua volta il disturbo. Molti se ne accorgono per la prima volta ascoltando la spiegazione della diagnosi del figlio. Nelle indagini internazionali la maggioranza degli adulti con ADHD non ha mai ricevuto una diagnosi, e chi ha chiesto aiuto lo ha fatto quasi sempre per ansia o depressione.
Il neuropsichiatra infantile può diagnosticare l'ADHD a un adulto?
No. Il neuropsichiatra infantile è il medico dell'età evolutiva e si occupa di bambini e ragazzi fino a diciotto anni. Un adulto che sospetta di avere l'ADHD va da uno psichiatra, meglio se si occupa abitualmente di questo disturbo negli adulti. Il riconoscimento di un genitore resta però un'informazione clinica utile durante la visita del figlio, perché cambia il modo in cui si costruisce il piano di lavoro.
Come si diagnostica l'ADHD nell'adulto?
Serve una valutazione clinica lunga. Il professionista ricostruisce l'infanzia con l'aiuto di chi c'era, di solito un genitore anziano o un fratello, e cerca conferme fuori dalla memoria della persona. Verifica che i problemi compaiano in almeno due contesti di vita, per esempio a casa e al lavoro. Indaga in modo esplicito l'uso di alcol e sostanze, che è la prima causa di diagnosi sbagliata, ed esclude le altre condizioni psichiatriche che producono gli stessi segni. Il questionario ASRS dell'Organizzazione mondiale della sanità serve solo a capire se ci sia motivo di approfondire.
Curare l'ADHD di un genitore migliora quello del figlio?
Sui sintomi del bambino la risposta finora è no. Uno studio inglese aveva mostrato che i figli delle madri con sintomi di ADHD alti non traggono beneficio dal parent training, e un trial randomizzato tedesco su 144 coppie madre-figlio ha provato a intervenire su quel punto trattando prima la madre. I bambini sono migliorati allo stesso modo nei due gruppi, sia a sei mesi sia a un anno. Le madri trattate stavano meglio loro. Gli autori delle revisioni chiedono studi più lunghi, perché dodici settimane sono poche per riorganizzare le abitudini di una famiglia.

Hai dei dubbi su tuo figlio?

Una valutazione diretta vale più di mille letture. Contattami: rispondo personalmente.

Prenota un primo colloquio

Continua a leggere

Altri articoli che potrebbero aiutarti

ADHD

ADHD nei bambini: come riconoscerlo e cosa fare

Distrazione, impulsività, iperattività: i segnali per età, che cosa dicono davvero i numeri sul cervello e sulla genetica, e quando chiedere una valutazione.

Leggi · 20 min
ADHD

ADHD nelle bambine: perché viene spesso diagnosticato troppo tardi

Le bambine con ADHD arrivano alla diagnosi più tardi dei maschi, anche quando le difficoltà sono simili. Che cosa dicono gli studi e i segnali che i genitori faticano a riconoscere.

Leggi · 16 min
ADHD

Bambino iperattivo: quando è ADHD e quando è solo vivacità

Corre, si arrampica, a tavola non regge dieci minuti. Che cosa guardano i criteri, che cosa dicono le misure sul movimento e che cosa puoi fare mentre cerchi una risposta.

Leggi · 16 min
Genitori

Il senso di colpa dei genitori dopo la diagnosi

'È colpa mia?' È la domanda che arriva di notte, dopo una diagnosi. Che cosa dicono gli studi su geni, educazione, vaccini, schermi e gravidanza, da dove viene la colpa e che cosa può aiutare.

Leggi · 15 min
Genitori

Neurodiversità in famiglia: convivere con le differenze

Quando ADHD, autismo o DSA riguardano più di una persona in casa: quanto spesso ricorrono fra genitori, figli e fratelli, che cosa cambia nei gesti di ogni giorno e che cosa si sa delle routine.

Leggi · 16 min
ADHD

ADHD diagnosticato tardi: cosa succede quando la diagnosi arriva dopo anni

Anni di voti bassi, rimproveri e sensi di colpa prima di un nome. Che cosa dicono gli studi su quando arriva la diagnosi, perché le ragazze arrivano più tardi e che cosa cambia dopo.

Leggi · 15 min