"È ribellione spirituale": disturbo della condotta e disciplina in famiglia credente
Nelle famiglie credenti la disciplina segue un modello coerente, e trent'anni di ricerca lo hanno misurato: più punizione fisica, meno urla. Che cosa quel modello ottiene, e dove si ferma.
Neuropsichiatra Infantile
Ha otto anni e ha appena spinto un altro bambino giù dai gradini. Prima aveva mentito su una cosa piccola, senza motivo. La settimana scorsa erano spariti dei soldi dalla borsa. Tu hai provato tutto quello che sapevi provare: le regole scritte sul frigorifero, le conseguenze, i premi, la preghiera della sera insieme. E la sensazione che ti resta addosso, quando torni a casa in silenzio, è che stai fallendo in qualcosa che riguarda l'anima di tuo figlio prima ancora del suo comportamento.
Il disturbo della condotta e il disturbo oppositivo provocatorio sono due condizioni cliniche con criteri diagnostici, decorso e trattamenti studiati. Dentro una famiglia credente hanno un problema in più: il comportamento di un bambino somiglia troppo a una categoria morale. Mentire, rubare, colpire, sfidare chi ha autorità. Sono le stesse parole con cui una comunità di fede descrive il peccato. E quando il vocabolario clinico e il vocabolario morale si sovrappongono, la lettura morale arriva per prima, perché è quella che tutti conoscono.
Questa pagina non parla di che cos'è il disturbo della condotta: quello sta nella pagina dedicata al disturbo della condotta e in quella sul disturbo oppositivo provocatorio. Parla della cosa che succede prima della diagnosi e spesso al posto della diagnosi: la disciplina che viene alzata di un grado, poi di un altro, dentro una famiglia che crede di doverlo fare per ragioni che vanno oltre l'educazione.
La frase che senti più spesso, e da dove arriva
«Devi essere più fermo». Nelle sue varianti: serve più autorità, il bambino ti sta mettendo alla prova, cede ora e cederà sempre. Chi te la dice quasi mai vuole farti del male. Ti sta offrendo il modello che ha ricevuto, e che nella maggior parte dei casi ha funzionato sui suoi figli.
È da qui che nasce l'equivoco. La disciplina funziona sulla maggior parte dei bambini, ed è per questo che l'esperienza di chi ti circonda sembra darle ragione. Un bambino a sviluppo tipico che riceve una regola chiara, una conseguenza coerente e un adulto che non si spaventa impara a regolarsi. Il modello è buono e i suoi risultati sono veri. Quello che il modello non contiene è il caso in cui il bambino non può usarlo.
Nelle comunità di fede questo consiglio arriva con un peso ulteriore, perché l'educazione dei figli è un tema su cui i testi sacri parlano, i predicatori predicano e i manuali si scrivono. Un genitore che riceve un consiglio educativo dentro la chiesa lo riceve come un consiglio che ha un'autorità in più rispetto a quello del vicino di casa.
Le famiglie credenti disciplinano in modo diverso, e qualcuno lo ha misurato
Questa non è un'impressione. È un filone di ricerca sociologica che dura da trent'anni e che ha prodotto dati precisi, quasi tutti raccolti negli Stati Uniti su famiglie protestanti conservatrici, cioè su un mondo evangelico molto più grande e più studiato di quello italiano. I risultati non si trasferiscono automaticamente a una famiglia di Caivano o di Napoli. Servono lo stesso, perché dicono una cosa che vale ovunque: il modo in cui si disciplina un bambino dipende da quello che si crede sul bambino.
Più punizione fisica, e la ragione sta nelle convinzioni
Christopher Ellison, John Bartkowski e Michelle Segal hanno usato i dati del National Survey of Families and Households, l'indagine nazionale statunitense sulle famiglie avviata nel 1987, per verificare se l'appartenenza religiosa cambia la frequenza della punizione fisica. Hanno separato due gruppi di età: i bambini da uno a quattro anni e quelli da cinque a undici. Il risultato pubblicato su Social Forces nel 1996 è che i genitori con convinzioni conservatrici sulla Bibbia ricorrono alla punizione fisica più spesso degli altri. L'effetto dell'appartenenza a una denominazione, presa da sola, era invece modesto.
La distinzione conta più di quanto sembri. A predire la punizione fisica non era l'etichetta della chiesa, erano le convinzioni. Due famiglie che frequentano lo stesso edificio la domenica possono educare in modi diversi, e quello che le separa è come leggono i testi.
Tre anni dopo, Elizabeth Gershoff, Pamela Miller e George Holden hanno guardato la stessa cosa da vicino, su un campione piccolo e osservato meglio: 132 madri e padri di bambini di tre anni, con un questionario che copriva nove tecniche disciplinari. Lo studio è uscito su Journal of Family Psychology nel 1999. I protestanti conservatori riferivano di usare la punizione fisica più dei genitori di altri gruppi religiosi, e sulle altre otto tecniche non c'era differenza. Usavano anche una motivazione precisa: la aspettavano funzionare, cioè credevano che prevenisse le trasgressioni future, e la applicavano a una gamma più larga di comportamenti, compresi quelli che gli altri genitori non consideravano da punire.
Le stesse famiglie urlano meno
Nel 2000 Bartkowski e Bradford Wilcox hanno pubblicato su Social Forces il risultato che rende la fotografia interessante. Hanno letto la manualistica educativa prodotta dagli autori evangelici più diffusi e hanno trovato una raccomandazione costante: la punizione fisica va usata a mente fredda, e alzare la voce con un bambino va evitato. Poi hanno controllato i dati della stessa indagine nazionale. I genitori protestanti conservatori riferivano di urlare ai figli significativamente meno degli altri, sia con i bambini in età prescolare sia con quelli in età scolare. Anche qui l'effetto passava in parte attraverso le convinzioni teologiche.
Il quadro che ne esce smonta la caricatura in entrambe le direzioni. Il genitore credente non è un genitore che perde il controllo più spesso. Segue un modello coerente, che tiene insieme una cosa dura fatta con calma e una cosa esplosiva evitata per principio. Il problema di quel modello non sta nella sua incoerenza. Sta nel fatto che è costruito su un bambino che sceglie.
Quanto pesa davvero il modo di educare
Machteld Hoeve e il suo gruppo hanno raccolto 161 lavori, pubblicati e non pubblicati, per misurare quanto il comportamento dei genitori spieghi la delinquenza dei figli. La meta-analisi, uscita nel 2009, ha trovato i legami più forti con tre cose: il monitoraggio, cioè quanto un genitore sa dove sta il figlio e con chi; il controllo psicologico; e gli aspetti negativi del sostegno, come il rifiuto e l'ostilità. Messe insieme, quelle dimensioni arrivavano a spiegare fino all'11% della variazione nella delinquenza.
Undici per cento è un numero che va letto in due modi contemporaneamente, e sono entrambi veri.
- È un effetto reale. Su un fenomeno complesso, in cui entrano genetica, temperamento, scuola, quartiere e compagnie, un decimo abbondante della variazione è molto. Il modo in cui educhi conta, e questo è la ragione per cui ci si lavora.
- È un effetto piccolo rispetto a quello che gli si chiede. Quando qualcuno ti dice che il problema di tuo figlio si risolverebbe con più fermezza, ti sta attribuendo il novanta per cento che quel numero lascia fuori.
Dentro l'undici per cento, poi, la voce più pesante non era la severità. Era il monitoraggio, che è una forma di presenza, e l'ostilità, che è un fattore di rischio. Aumentare la fermezza tocca la parte sbagliata della leva.
Le parole dure, che quasi nessuno conta come disciplina
Quando una famiglia decide che serve più severità, la cosa che cambia per prima raramente è lo schiaffo. Sono le parole. Il tono che si alza, la frase che squalifica, l'etichetta che si attacca al bambino nel momento in cui ha appena combinato qualcosa. Nessuno la registra come punizione, perché non lascia segni e perché tutti lo fanno.
Ming-Te Wang e Sarah Kenny hanno seguito 976 famiglie con due genitori, e i loro figli, misurando le cose a tredici e a quattordici anni. Il metodo era incrociato: guardavano sia se la durezza verbale dei genitori prevedeva i problemi dei ragazzi l'anno dopo, sia se i problemi dei ragazzi prevedevano la durezza dei genitori. Lo studio è uscito su Child Development nel 2014.
Le due direzioni erano entrambe presenti. La durezza verbale di madri e padri a tredici anni prevedeva un aumento dei problemi di condotta e dei sintomi depressivi fra i tredici e i quattordici. E il comportamento problematico a tredici anni prevedeva un aumento della durezza verbale dei genitori nello stesso intervallo. Il circolo gira in tutti e due i sensi, il che significa anche che il genitore che si sente in trappola ha ragione: la trappola esiste ed è misurabile.
Il calore non fa da antidoto
Lo stesso studio ha verificato l'ipotesi che tutti i genitori affettuosi sperano sia vera: che se il bambino sa di essere amato, le parole dure pesino meno. Hanno testato il calore materno e quello paterno come moderatori. Non moderavano niente. L'associazione fra durezza verbale e problemi successivi restava la stessa nelle famiglie calde e in quelle fredde.
È il risultato più scomodo di tutta questa letteratura, e riguarda molto da vicino le famiglie in cui l'affetto è abbondante e dichiarato. Volere bene a un figlio, dirglielo, pregare per lui, abbracciarlo dopo: nessuna di queste cose annulla l'effetto di quello che gli è stato detto mezz'ora prima. Sono due canali separati, e vanno gestiti separatamente.
Sulla punizione fisica i numeri non concordano
Chi cerca risposte su questo argomento trova due letterature che sembrano parlare di cose diverse. Guardarle tutt'e due serve, perché il modo in cui si contraddicono dice qualcosa di utile.
Elizabeth Gershoff e Andrew Grogan-Kaylor hanno pubblicato nel 2016, su Journal of Family Psychology, la meta-analisi più grande sul tema: 111 stime d'effetto distinte, per un totale di 160.927 bambini. Tredici delle diciassette stime medie erano significativamente diverse da zero, e tutte puntavano nella stessa direzione, cioè un rischio aumentato di esiti sfavorevoli. Le dimensioni dell'effetto non differivano in modo sostanziale fra lo sculaccione e l'abuso fisico vero e proprio.
Christopher Ferguson, tre anni prima, era arrivato su Clinical Psychology Review a una conclusione molto più cauta. Aveva ristretto l'analisi ai soli studi longitudinali e aveva calcolato i risultati in due modi: con la correlazione semplice e con la correlazione parziale, controllando cioè per il livello del problema già presente all'inizio. Con la correlazione semplice ritrovava quello che trovano tutti: 0,14 fra sculaccione e problemi esternalizzanti, 0,18 per la punizione fisica in generale. Con la correlazione parziale quei valori scendevano a 0,07 e 0,08, cioè a livelli che lui stesso definiva trascurabili, e concludeva chiedendo ai colleghi un discorso pubblico più sfumato.
La differenza fra i due lavori sta quasi tutta in una scelta di metodo, e quella scelta riguarda una domanda che nessuna statistica risolve del tutto: i bambini che vengono puniti di più sono anche quelli che si comportavano peggio prima. Controllare il punto di partenza toglie gran parte dell'associazione, perché toglie anche l'effetto del bambino sul genitore. È lo stesso problema che Wang e Kenny hanno affrontato con il disegno incrociato, e la loro risposta è che le due direzioni ci sono tutt'e due.
Per un genitore che deve decidere stasera, la conclusione utile si ricava dalla stima più prudente, quella di Ferguson. Anche accettando che il danno misurato sia piccolo, nessuna delle due letterature ha mai trovato che la punizione fisica produca un beneficio. La domanda da farsi cambia forma: invece di chiedersi quanto faccia male, meglio chiedersi che cosa ottenga. E il dato di Hoeve risponde che la severità è la parte della leva che pesa di meno.
Che cosa la disciplina non riesce a raggiungere
Una regola con una conseguenza chiede al bambino tre cose in sequenza: riconoscere la situazione, trattenere la risposta immediata, scegliere quella che gli è stata insegnata. Sono tre funzioni distinte, che maturano a velocità diverse e che in alcune condizioni maturano più tardi o non nello stesso modo.
In un bambino con ADHD, il passaggio che salta è quasi sempre il secondo: il tempo fra lo stimolo e la risposta è troppo corto perché la regola arrivi. In un bambino con difficoltà di regolazione emotiva l'intensità dell'emozione sovrasta tutto il resto per alcuni minuti. Quando l'aggressività è la parte più evidente del quadro, la pagina sull'aggressività nei bambini descrive le forme diverse che prende e i lavori che richiedono.
Alzare la severità agisce sul terzo passaggio, quello della scelta, aumentando il costo dell'opzione sbagliata. Se il blocco sta nel secondo, il costo può salire quanto si vuole senza che cambi il risultato. Il bambino sa perfettamente quello che gli succederà, e lo fa lo stesso. Quella distanza fra sapere e riuscire è la cosa che un genitore vede tutti i giorni e che nessuno gli sa nominare.
Il bambino che impara di essere in peccato
C'è una differenza fra quello che un bambino conclude di aver fatto e quello che conclude di essere. La ricerca sulle emozioni autocoscienti la studia da tempo, e nel 2015 uno studio olandese su mille bambini e ragazzi seguiti dai servizi, dai quattro ai diciotto anni, ha misurato come si distribuiscono nella pratica clinica. Pubblicato su European Child and Adolescent Psychiatry, usava tre fonti indipendenti: genitori, insegnanti e i ragazzi stessi.
Il risultato è che le emozioni autocoscienti si legano ai problemi in modo differenziato. L'assenza di senso di colpa andava soprattutto con i problemi oppositivi e di condotta. Il senso di colpa e la vergogna, quando presenti in eccesso, andavano invece con i disturbi affettivi e d'ansia. Sono due poli, e il contributo di ciascuno sul quadro complessivo era piccolo pur essendo consistente.
Il modo in cui questa distinzione lavora dentro la vita di una famiglia è raccontato meglio nella pagina su rabbia, perdono e riparazione. Qui serve una conseguenza sola. Trattare un comportamento con base neurologica come una colpa morale carica di vergogna il polo sbagliato. Non tocca il meccanismo che produce il comportamento, e alimenta la parte che genera ansia e umore depresso. Il bambino può finire con due problemi al posto di uno.
Un adulto sa distinguere fra «hai fatto una cosa sbagliata» e «sei una persona sbagliata». Un bambino di otto anni che sente ripetere che il suo comportamento offende Dio, in una casa dove Dio è la cosa più importante che esista, arriva alla seconda conclusione senza che nessuno gliel'abbia detta.
Il gruppo che sembra non rispondere a niente
Esiste un sottogruppo di bambini con difficoltà di condotta che mostra freddezza emotiva, scarso senso di colpa e poca reattività alla punizione. In letteratura si parla di tratti anemozionali, e il pezzo sul disturbo della condotta ne descrive il quadro clinico. Dentro una comunità di fede questi bambini sono i più esposti alla lettura morale, perché la freddezza somiglia troppo alla durezza di cuore.
La ricerca degli ultimi dieci anni ha smontato l'idea che siano intrattabili. Una revisione sistematica del 2015 su Journal of Child Psychology and Psychiatry aveva già osservato che quei bambini migliorano, partendo però da un funzionamento peggiore e restando più in difficoltà degli altri alla fine del percorso. Una meta-analisi del 2023, sulla stessa rivista, l'ha quantificato su 60 studi e 9.405 partecipanti, con un'età media di dieci anni.
- La riduzione dei sintomi del disturbo del comportamento è sostanzialmente uguale nei due gruppi: differenza standardizzata 1,08 nei bambini con tratti anemozionali e 1,01 negli altri.
- Quei bambini cominciano e finiscono con più sintomi (1,18 all'inizio, 0,73 alla fine), il che significa che hanno bisogno di più tempo e di moduli aggiuntivi, oltre a quello che si fa per gli altri.
- I tratti anemozionali in sé calavano solo dove il trattamento comprendeva una componente rivolta ai genitori (0,21). Nessun effetto complessivo sul totale degli studi.
Tenete la seconda riga per le conversazioni difficili. Un bambino che dopo sei mesi di lavoro sta ancora peggio della media della sua classe può avere avuto lo stesso miglioramento di tutti gli altri. Confrontarlo con i compagni dice quanto è distante. Confrontarlo con se stesso di sei mesi prima dice se il lavoro sta funzionando, ed è la seconda misura quella che serve per decidere.
Che cosa rispondere a chi ti consiglia più fermezza
Non serve una discussione teologica, e quasi sempre non serve nemmeno convincere. Serve spostare la conversazione da quello che tuo figlio è a quello che tuo figlio riesce a fare.
- «Ci abbiamo provato, e ti dico come.» Racconta il metodo per esteso: quale regola, per quanto tempo, con che coerenza, con quale risultato. Chi consiglia fermezza spesso immagina una famiglia che non ha provato niente.
- «C'è una cosa che riesce e una che non riesce.» Un esempio concreto di autocontrollo che tuo figlio ha, accanto a uno che non ha, mostra un profilo invece che un giudizio globale.
- «Stiamo facendo valutare da chi se ne occupa.» Chiude la questione senza contrapporsi. Una valutazione neuropsichiatrica non contraddice nessuna convinzione religiosa: aggiunge un'informazione che prima mancava.
- «Se vuoi aiutarci davvero, ecco come.» Chi offre un consiglio quasi sempre vorrebbe rendersi utile. Un compito preciso, per esempio stare vicino al bambino durante l'incontro comunitario, funziona meglio di qualunque replica.
Che cosa può fare la comunità
Una chiesa locale, una parrocchia, una comunità evangelica hanno strumenti che nessun servizio sanitario possiede: continuità nel tempo, adulti multipli intorno allo stesso bambino, e un contesto in cui la famiglia si presenta ogni settimana. Usati bene, sono un vantaggio serio.
- Separare il momento educativo dal momento del giudizio. Un bambino che ha rovinato l'incontro dei ragazzi ha bisogno di sapere che cosa succede adesso, non di sapere che cosa pensa Dio di lui.
- Dare a chi insegna ai bambini un'informazione operativa. Due righe scritte dai genitori valgono più di un colloquio: che cosa scatena, che cosa calma, chi chiamare.
- Non chiedere ai genitori di raccontare la diagnosi davanti a tutti. La pagina su senso di colpa e fede spiega perché questa richiesta, anche se nasce da buone intenzioni, arriva addosso a una famiglia già esausta.
- Trattare il percorso di cura come una cosa da sostenere. Chiedere come sta andando la terapia comportamentale, senza proporre alternative, è la forma di sostegno che le famiglie riferiscono come la più utile.
Quando chiedere una valutazione
La soglia non riguarda la gravità del singolo episodio. Riguarda la persistenza, la diffusione fra ambienti diversi e la risposta alle strategie ragionevoli già provate. Alcuni segnali specifici che rendono opportuno un appuntamento:
- Il comportamento dura da più di sei mesi e non risponde a una gestione coerente da parte degli adulti.
- Compare in almeno due ambienti diversi: casa e scuola, oppure scuola e comunità.
- Ci sono aggressività verso persone o animali, distruzione di oggetti, furti o menzogne sistematiche, e non episodi isolati.
- Il bambino sta perdendo relazioni: gli amici si allontanano, gli inviti smettono di arrivare.
- Compaiono segnali di sofferenza interna: disturbi del sonno, frasi svalutanti su di sé, ritiro.
- La famiglia è arrivata a un punto in cui la relazione con il bambino è fatta quasi solo di conflitto.
La valutazione la fa un neuropsichiatra infantile, che è lo specialista dello sviluppo dai zero ai diciotto anni. La pagina sulla prima visita descrive che cosa aspettarsi.
Che cosa puoi fare tu, adesso
- Tieni un registro per due settimane. Data, ora, che cosa è successo prima, quanto è durato, come è finito. Quindici giorni di appunti valgono più di un'ora di racconto, e ti faranno vedere schemi che dal di dentro non si vedono.
- Conta le volte in cui alzi la voce, per tre giorni. Solo contare, senza cambiare niente. Il numero quasi sempre sorprende, e ti dice se il canale delle parole è aperto.
- Separa la correzione dal valore. «Questa cosa non si fa» glielo dici. «Sei un bambino cattivo» descrive una persona invece di un fatto, e il bambino tiene la seconda.
- Parla con chi insegna a tuo figlio. Se il comportamento c'è solo a casa, la spiegazione è diversa da quella di un comportamento che c'è ovunque.
- Chiedi un appuntamento se sono passati sei mesi. Il tempo di attesa nei servizi pubblici è lungo, e mettersi in lista non impegna a niente.
- Porta in visita le persone che ti consigliano. Se un adulto della comunità è coinvolto nella vita di tuo figlio, sentire le stesse cose dal medico cambia molto quello che dirà la settimana dopo.
Fonti
Quello che c'è scritto qui sopra poggia sui lavori elencati sotto. I link portano agli originali; per ogni lavoro è indicato se il testo completo è liberamente accessibile.
La disciplina dentro le famiglie credenti
- Ellison C. G., Bartkowski J. P., Segal M. L. (1996). Conservative Protestantism and the parental use of corporal punishment. Social Forces, 74(3), 1003. Dati del National Survey of Families and Households 1987-88, su due fasce di età (uno-quattro anni e cinque-undici). A predire la frequenza della punizione fisica erano le convinzioni conservatrici sui testi biblici; l'effetto della sola appartenenza denominazionale risultava modesto. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Gershoff E. T., Miller P. C., Holden G. W. (1999). Parenting influences from the pulpit: religious affiliation as a determinant of parental corporal punishment. Journal of Family Psychology, 13(3), 307-320. Centotrentadue madri e padri di bambini di tre anni, nove tecniche disciplinari a confronto. La differenza fra protestanti conservatori e altri gruppi religiosi compariva solo sulla punizione fisica, e si accompagnava alla convinzione che prevenisse le trasgressioni successive. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Bartkowski J. P., Wilcox W. B. (2000). Conservative Protestant child discipline: the case of parental yelling. Social Forces, 79(1), 265. Analisi della manualistica educativa evangelica affiancata ai dati della stessa indagine nazionale. I genitori protestanti conservatori riferivano di alzare la voce con i figli significativamente meno degli altri, in età prescolare e scolare. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
Che cosa produce la disciplina dura
- Hoeve M., Dubas J. S., Eichelsheim V. I., van der Laan P. H., Smeenk W., Gerris J. R. M. (2009). The relationship between parenting and delinquency: a meta-analysis. Journal of Abnormal Child Psychology, 37(6), 749-775. Centosessantuno lavori pubblicati e non pubblicati. I legami più forti riguardavano il monitoraggio, il controllo psicologico e gli aspetti negativi del sostegno come rifiuto e ostilità, fino all'11% della variazione nella delinquenza. Testo completo ad accesso aperto.
- Wang M.-T., Kenny S. (2014). Longitudinal links between fathers' and mothers' harsh verbal discipline and adolescents' conduct problems and depressive symptoms. Child Development, 85(3), 908-923. Novecentosettantasei famiglie con due genitori, misurazioni a tredici e quattordici anni, modello incrociato. La durezza verbale prevedeva un aumento dei problemi di condotta e dei sintomi depressivi, e il calore genitoriale non moderava l'associazione. Testo completo leggibile gratuitamente sul sito della rivista.
- Gershoff E. T., Grogan-Kaylor A. (2016). Spanking and child outcomes: old controversies and new meta-analyses. Journal of Family Psychology, 30(4), 453-469. Centoundici stime d'effetto distinte su 160.927 bambini. Tredici delle diciassette stime medie risultavano diverse da zero, tutte nella direzione di un rischio aumentato, senza differenze sostanziali fra sculaccione e abuso fisico. Testo completo ad accesso aperto.
- Ferguson C. J. (2013). Spanking, corporal punishment and negative long-term outcomes: a meta-analytic review of longitudinal studies. Clinical Psychology Review, 33(1), 196-208. Solo studi longitudinali, con confronto fra correlazione semplice e parziale controllata per il livello iniziale. Sui problemi esternalizzanti i valori scendevano da 0,14 e 0,18 a 0,07 e 0,08. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
Colpa, vergogna e comportamento
- Muris P., Meesters C., Heijmans J., van Hulten S., Kaanen L., Oerlemans B., Stikkelbroeck T., Tielemans T. (2015). Lack of guilt, guilt, and shame: a multi-informant study on the relations between self-conscious emotions and psychopathology in clinically referred children and adolescents. European Child and Adolescent Psychiatry, 25(4), 383-396. Mille ragazzi dai quattro ai diciotto anni seguiti dai servizi, valutati da genitori, insegnanti e loro stessi. L'assenza di senso di colpa si associava ai problemi oppositivi e di condotta; colpa e vergogna ai disturbi affettivi e d'ansia. Testo completo ad accesso aperto.
Il gruppo con tratti anemozionali
- Wilkinson S., Waller R., Viding E. (2015). Practitioner review: involving young people with callous unemotional traits in treatment, does it work? A systematic review. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 57(5), 552-565. Quattro studi su sette riportavano una riduzione dei tratti anemozionali dopo il trattamento. Nei quindici studi che verificavano se quei tratti prevedessero l'esito, i risultati erano contrastanti: peggiori in sette casi, ininfluenti in altri sette. Testo completo leggibile gratuitamente sul sito della rivista.
- Perlstein S., Fair M., Hong E., Waller R. (2023). Treatment of childhood disruptive behavior disorders and callous-unemotional traits: a systematic review and two multilevel meta-analyses. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 64(9), 1372-1387. Sessanta studi, 9.405 partecipanti, età media dieci anni. La riduzione dei sintomi era simile con e senza tratti anemozionali (1,08 contro 1,01); i bambini con quei tratti cominciavano e finivano il trattamento con sintomi più marcati. Testo completo ad accesso aperto.
L'autore
Neuropsichiatra Infantile specializzato in ADHD, disturbi dello spettro autistico, DSA e disturbi del comportamento in bambini e adolescenti. Fondatore di BrainGas — Difficoltà in Abilità. Valutazioni diagnostiche, percorsi di trattamento personalizzati e supporto diretto alle famiglie in Campania e Lazio.
Avviso importante
Questo articolo ha scopo esclusivamente informativo e non sostituisce una consulenza medica professionale, una diagnosi clinica o una prescrizione terapeutica. Per qualsiasi preoccupazione relativa alla salute di tuo figlio, rivolgiti a un medico specialista qualificato.
Domande frequenti
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