Terrore notturno (pavor nocturnus): cos'è e cosa fare
Urla, ha gli occhi aperti e non ti vede, e la mattina dopo non ricorda niente. Quanti bambini hanno terrori notturni, che cosa li scatena e quali casi vanno guardati.
Neuropsichiatra Infantile

Sono le due di notte. Il bambino si mette seduto sul letto e urla. Ha gli occhi spalancati, il cuore che corre, la fronte bagnata di sudore. Sembra terrorizzato da qualcosa che nella stanza non c'è. Lo chiami e non risponde. Provi a prenderlo in braccio e si irrigidisce, o ti spinge via. Dopo qualche minuto si riappoggia al cuscino e riprende a dormire. La mattina dopo, a colazione, non ricorda niente.
Questo è il pavor nocturnus, che in italiano si chiama terrore notturno. In ambulatorio me lo portano quasi sempre genitori che hanno passato settimane a chiedersi se il figlio stia male. Il bambino, intanto, dorme bene. È una delle poche situazioni in cui chi soffre davvero è chi guarda.
Questa pagina raccoglie quello che la ricerca ha misurato: quanti bambini hanno terrori notturni e a che età, che cosa succede nel cervello durante l'episodio, quali condizioni lo rendono più probabile. E poi la parte pratica. Che cosa fare in quei tre minuti, e quali sono i casi in cui una visita serve davvero.
Che cosa sta succedendo mentre urla
Il terrore notturno fa parte delle parasonnie, e più precisamente dei disturbi dell'arousal del sonno non REM. Il termine tecnico contiene già l'informazione che conta: c'è un risveglio, ed è parziale.
Il modello oggi più accreditato è quello della dissociazione fra stati di sonno, riassunto in una rassegna del 2018 su Nature Reviews Neurology. Durante l'episodio alcune parti del cervello si comportano come se fossero sveglie, soprattutto quelle che governano il movimento e le reazioni di allarme, mentre altre restano immerse nel sonno profondo, in particolare le cortecce associative che servono a capire dove ci si trova e a fissare un ricordo. Il bambino è contemporaneamente sveglio e addormentato, in regioni diverse.
Da qui discende tutto quello che disorienta i genitori. Gli occhi aperti di qualcuno che non vede la stanza. La faccia di terrore senza un contenuto da raccontare. Il fatto che le parole non arrivino. E l'amnesia completa il mattino dopo, che è la regola e non l'eccezione.
C'è anche una ragione per cui l'orario è sempre quello. L'episodio cade quasi sempre entro le prime due o tre ore dall'addormentamento, perché è lì che si concentra il sonno a onde lente, il più profondo della notte. Se un genitore mi dice che il figlio urla alle cinque del mattino, la prima cosa che penso è che si tratti di qualcos'altro.
Come si distingue da un incubo
Le due cose vengono da due momenti diversi della notte e producono due scene diverse.
L'incubo è un sogno, e i sogni stanno nel sonno REM, che occupa soprattutto la seconda metà della notte. Il bambino si sveglia sul serio, riconosce chi ha davanti, si fa consolare, e il giorno dopo può raccontare che cosa ha sognato. Spesso ha paura di tornare a letto.
Il terrore notturno arriva presto, dal sonno profondo, e il bambino resta dentro l'episodio. La reazione fisica è marcata: cuore accelerato, respiro corto, pupille larghe, sudore. Il contatto con l'adulto non funziona come dovrebbe, e in molti casi peggiora la scena. Al risveglio del mattino non c'è memoria di nulla, e nemmeno il timore della notte successiva.
Sui numeri degli incubi c'è una sorpresa. La sensazione comune li dà molto più frequenti di quanto risultino. Uno studio longitudinale su 987 bambini del Quebec, seguiti con sei rilevazioni fra i cinque mesi e i sei anni, ha trovato incubi frequenti fra l'1,3% e il 3,9% a seconda dell'età. Gli autori scrivono che sono meno diffusi di quanto si pensasse. Una ricerca tedesca su 851 bambini di dieci anni, con questionari compilati separatamente dai bambini e dai genitori, ha trovato il 2,5% secondo i genitori e il 3,5% secondo i bambini. La differenza fra le due fonti ha una spiegazione semplice: gli incubi i genitori spesso non li vedono.
Quanti bambini hanno terrori notturni
Qui i numeri sono alti, e questo è di solito il primo dato che tranquillizza chi ho davanti.
La misura migliore viene da una coorte di 1.940 bambini nati in Quebec nel 1997 e nel 1998 e seguiti fino al 2011, pubblicata su JAMA Pediatrics. I terrori notturni raggiungono il massimo a un anno e mezzo, con il 34,4% dei bambini (intervallo di confidenza dal 32,3 al 36,5). Poi la frequenza scende con l'età. Nella stessa coorte, sulla fascia dai due anni e mezzo ai sei, i terrori notturni compaiono nel 39,8% dei bambini almeno una volta, il sonnambulismo nel 14,5%, il parlare nel sonno nell'84,4%.
Uno studio su 390 coppie di gemelli, condotto dallo stesso gruppo, ha misurato il 36,9% a diciotto mesi e il 19,7% a trenta mesi. Tre rilevazioni indipendenti, quindi, concordano su un ordine di grandezza: intorno ai due anni un bambino su tre ha avuto almeno un episodio.
Negli adulti la faccenda cambia scala. Un'indagine su 4.972 persone nel Regno Unito, condotta con intervista strutturata, ha trovato terrori notturni nel 2,2% (dall'1,8 al 2,6), sonnambulismo nel 2,0% e risvegli confusionali nel 4,2%. La frequenza cala in modo netto con l'età, e non ci sono differenze fra maschi e femmine. Gli autori avvertono che, trattandosi di dati autoriferiti, la stima è probabilmente per difetto.
Una precisazione utile a chi legge cercando un numero da confrontare: prevalenze così diverse fra bambini e adulti dipendono anche da come si pone la domanda. Nei bambini si chiede ai genitori se hanno mai visto un episodio, negli adulti si chiede alla persona se ricorda di averne avuti. La seconda domanda, per un disturbo che cancella la memoria di sé, è strutturalmente più debole.
Perché capita proprio a lui
La componente familiare è forte, e nello studio sui gemelli si può quantificare. Le correlazioni fra gemelli identici e fraterni erano 0,63 contro 0,36 a diciotto mesi e 0,68 contro 0,24 a trenta mesi. Da queste differenze la quota di variabilità attribuibile alla genetica additiva risulta del 43,7% nella prima rilevazione e del 41,5% nella seconda. In parole semplici: circa quattro decimi della differenza fra un bambino che ha terrori notturni e uno che non li ha si spiega con quello che ha ereditato.
Lo stesso vale per il fratello di famiglia del pavor. Nella coorte del Quebec la percentuale di bambini sonnambuli passa dal 22,5% quando nessun genitore ha una storia di sonnambulismo al 47,4% con un genitore e al 61,5% con entrambi. Quando in visita chiedo se qualcuno in famiglia da piccolo si alzava di notte, quasi sempre un genitore sorride e alza la mano.
La predisposizione, da sola, non basta a produrre l'episodio di stanotte. Una rassegna del 2007 su Sleep Medicine Reviews ha proposto uno schema in tre livelli che uso ancora per spiegarlo. Al primo posto sta la predisposizione, cioè la genetica. Poi vengono le condizioni che rendono instabile il sonno profondo, e sono quelle che innescano. Infine il fattore che precipita l'episodio, cioè il rumore o il contatto che arriva nel momento sbagliato. Servono tutti e tre.
Le condizioni che rendono un episodio più probabile
La prima e la più banale è il debito di sonno. La prova sperimentale più pulita riguarda il sonnambulismo negli adulti, ma il meccanismo è lo stesso: quaranta sonnambuli registrati in laboratorio per due notti hanno prodotto 32 episodi in 20 pazienti nella notte normale, e 92 episodi in 36 pazienti dopo venticinque ore senza dormire. Dal 50% al 90%, con episodi anche più complessi. La privazione di sonno fa emergere una predisposizione che c'era già.
Nei bambini il debito di sonno raramente arriva da una notte in bianco. Arriva dall'accumulo: la scuola che comincia presto, lo sport la sera tardi, il fine settimana con orari diversi, l'estate in cui si va a letto a mezzanotte. Le ore raccomandate nelle ventiquattro ore, secondo il documento di consenso dell'American Academy of Sleep Medicine del 2016, sono dodici-sedici fra quattro e dodici mesi contando i sonnellini, undici-quattordici fra uno e due anni, dieci-tredici fra tre e cinque, nove-dodici fra sei e dodici, otto-dieci fra tredici e diciotto. Sono intervalli larghi apposta, perché i bambini non sono tutti uguali. Se però il vostro sta sotto la soglia bassa quasi tutte le sere, avete già trovato qualcosa su cui lavorare.
Poi c'è la febbre, che nei bambini piccoli è forse il fattore scatenante più riconoscibile. Molti genitori mi raccontano che gli episodi vengono a grappoli, e ricostruendo il calendario scopriamo che coincidono con le infezioni respiratorie dell'inverno.
Il resto della lista comprende gli orari irregolari, il dormire in un posto nuovo, un rumore in casa nella prima parte della notte, la vescica piena. Nei bambini più grandi anche uno stress diurno prolungato, il che apre un capitolo a parte che merita qualche riga in più.
Terrori notturni e ansia
La domanda arriva sempre, e di solito in forma di autoaccusa: sarà colpa di qualcosa che abbiamo fatto noi.
Il dato più utile viene da uno studio longitudinale su 664 maschi e 689 femmine seguiti dall'infanzia alla prima adolescenza. I punteggi d'ansia risultavano più alti nei bambini con terrori notturni, e anche in quelli che parlavano nel sonno, digrignavano i denti o avevano movimenti ritmici del corpo. Fin qui il legame con l'ansia c'è. Ma nello stesso studio le parasonnie non risultavano associate all'indice di avversità familiare, che è la misura con cui si stimano i fattori di stress dentro casa. Quindi l'associazione con l'ansia esiste, e non porta dove i genitori temono che porti.
Un'altra osservazione dalla coorte del Quebec: il sonnambulismo ancora presente a sei anni risultava associato all'ansia di separazione. È un'associazione, e nulla in quei dati dice quale delle due cose venga prima. Nella pratica la uso come promemoria: se un bambino di sei o sette anni continua ad avere episodi frequenti, guardo anche a come sta di giorno.
Nell'indagine britannica sugli adulti gli elementi più fortemente associati ai terrori notturni erano di tutt'altro tipo. Al primo c'è la sensazione soggettiva di respiro bloccato durante la notte, con probabilità cinque volte maggiore. Seguono le apnee ostruttive (quattro volte), gli incubi almeno una notte al mese (quattro volte) e l'alcol prima di dormire (quasi quattro volte). Il primo posto lo prende il respiro, ed è il motivo per cui la sezione che segue è quella a cui tengo di più.
La domanda sul respiro
Ottantaquattro bambini prepuberi con parasonnie ripetute sono stati studiati in laboratorio del sonno e confrontati con trentasei controlli. Cinquantuno su ottantaquattro, cioè il 61%, avevano un secondo disturbo del sonno: quarantanove di tipo respiratorio, due una sindrome delle gambe senza riposo. Dei quarantacinque che sono stati trattati, in larga parte con adenotonsillectomia, la parasonnia è scomparsa in tutti e quarantacinque. Nei sei rimasti senza trattamento è continuata.
Quel lavoro va letto per quello che è. È una casistica retrospettiva di un centro specialistico, senza randomizzazione e senza gruppo di confronto trattato diversamente. I bambini arrivati lì erano già selezionati per gravità, e quel 61% non si può trasferire alla popolazione generale. Il risultato di quarantacinque su quarantacinque resta però abbastanza impressionante da aver cambiato il modo in cui si imposta la visita.
La linea guida dell'American Academy of Pediatrics del 2012 chiede di domandare del russamento a ogni bambino in ogni visita, di usare la polisonnografia come esame di conferma e di considerare l'adenotonsillectomia come primo trattamento quando c'è ipertrofia adenotonsillare. Le domande che faccio io sono queste: russa tutte le notti o solo quando ha il raffreddore; dorme con la bocca aperta; capita di sentirlo fermarsi e poi riprendere con un colpo di respiro; suda molto; di giorno è più agitato del solito.
Se le risposte sono quelle sbagliate, il piano cambia e si sposta sul naso e sulla gola. In molti casi i terrori notturni se ne vanno da soli quando il bambino ricomincia a respirare bene di notte.
Che cosa fare durante l'episodio
Poco, e con calma. È una risposta che delude, e ha una sua logica.
Svegliarlo non serve e di solito allunga la scena. Il cervello di quel bambino sta già facendo una cosa difficile, che è stare in due stati insieme; tirarlo fuori a forza produce confusione, a volte pianto vero, e un bambino disorientato che poi fa fatica a riaddormentarsi. Chi ci ha provato lo sa già.
Quello che serve è restare nella stanza e sorvegliare senza intervenire. Il rischio concreto di questi minuti è meccanico. Un bambino che si agita nel letto può cadere, o battere contro la spalliera, o alzarsi e camminare. A quel punto vale tutto quello che si dice per il sonnambulismo: cancelletto sulle scale, chiave girata alla porta d'ingresso, niente oggetti duri accanto al letto.
Parlare a voce bassa, senza pretendere risposte, è utile più a chi lo fa che al bambino, e va benissimo così. Il contatto fisico va offerto e mai imposto: alcuni bambini si lasciano tenere, altri spingono via, e quella spinta arriva da un cervello che in quel momento non riconosce nessuno.
La mattina dopo, meglio non farne un caso. Chiedere al bambino che cosa ha sognato lo mette di fronte a un vuoto e può creargli un'ansia che prima non aveva. Se un fratello più grande ha assistito e fa domande, a lui si spiega, perché lui si ricorda tutto.
I risvegli programmati
Esiste una tecnica comportamentale con un razionale semplice: se l'episodio arriva quasi sempre alla stessa ora, si sveglia il bambino un quarto d'ora prima, quanto basta perché cambi fase di sonno, e la finestra in cui l'episodio nasce viene saltata.
La descrizione originale è del 1997 e riguarda tre bambini seguiti con un disegno a linee di base multiple. Si trattava di sonnambulismo, il sonnambulismo è stato eliminato in tutti e tre, e il risultato si manteneva a tre e a sei mesi. Tre bambini sono pochissimi. Lo scrivo prima di tutto il resto.
Una rassegna del 2015 sui trattamenti comportamentali e cognitivo-comportamentali delle parasonnie arriva alla stessa conclusione da un altro lato: la maggior parte delle parasonnie dell'infanzia si risolve da sola con lo sviluppo, e le prove di efficacia esistono solo per alcune tecniche, su campioni piccoli. Una rassegna sulle parasonnie in età pediatrica scrive che la terapia comportamentale ha un ruolo, e che raccomandazioni fondate sulle prove non sono ancora disponibili.
Come lo uso io: i risvegli programmati li propongo solo quando gli episodi sono frequenti e prevedibili nell'orario, li faccio provare per due o tre settimane tenendo un diario, e se non succede niente si smette. Il farmaco, in età pediatrica, in questo quadro non entra quasi mai.
Quando bisogna pensare a una crisi epilettica
Alcune crisi che nascono dal lobo frontale compaiono solo di notte, sono brevi, molto motorie e possono somigliare molto a un terrore notturno visto dalla porta della camera. È la diagnosi differenziale che conta di più, e non si fa a occhio.
Uno studio ha analizzato centoventi eventi registrati in video e con elettroencefalogramma, cinquantasette parasonnie e sessantatré crisi frontali notturne, da quarantaquattro persone. Alcune differenze sono nette. L'82% delle crisi partiva dal sonno leggero, stadio 1 o 2, mentre il 100% delle parasonnie partiva dal sonno profondo, stadio 3 o 4. A favore della parasonnia deponevano il comportamento interattivo con chi era presente, il mancato risveglio dopo l'evento e una fine sfumata invece che netta, tutti con significatività sotto lo 0,1%. Un albero decisionale costruito su questi elementi classificava correttamente il 94% degli eventi.
Restando sulle scale cliniche: la scala FLEP, pensata per distinguere l'epilessia frontale notturna dalle parasonnie, è stata provata su settantuno adulti. Sensibilità 71,4%, specificità 100%, valore predittivo positivo 100%. Ha però classificato male quattro persone su settantuno e ha dato un'indicazione incerta in ventidue casi, cioè nel 30,9%. Il campione era di adulti, e va tenuto presente. Il messaggio per un genitore è che nessun questionario sostituisce una registrazione: quando il dubbio è reale, si fa la video-polisonnografia o un elettroencefalogramma in sonno.
I segnali che mi fanno chiedere l'esame sono questi: episodi molto brevi e molto numerosi nella stessa notte, movimenti sempre identici a se stessi, posture rigide o distoniche di un arto. E poi gli episodi che continuano nella seconda metà della notte, e la comparsa per la prima volta dopo i dieci o dodici anni. Della epilessia in età pediatrica e delle convulsioni febbrili ho scritto altrove.
Come si misura davvero il sonno di un bambino
Lo strumento che uso più spesso è italiano. La Sleep Disturbance Scale for Children è stata costruita e validata a Roma nel 1996 su 1.304 bambini: 1.157 controlli di età media 9,8 anni e 147 con un disturbo del sonno, di cui 71 con parasonnie. Sono ventisei domande a cui rispondono i genitori, con coerenza interna 0,79 nel gruppo di controllo e ripetibilità a distanza pari a 0,71. Restituisce sei aree, fra cui una dedicata proprio ai disturbi dell'arousal.
Serve a mettere in fila quello che i genitori hanno visto, che dopo settimane di notti interrotte diventa un ricordo confuso, e a far emergere le cose che nessuno racconta spontaneamente, come il respiro rumoroso o la fatica ad addormentarsi. Insieme alla scala chiedo sempre due settimane di diario del sonno, con l'ora in cui il bambino si corica, l'ora dell'episodio e che cosa era successo quel giorno. Il diario, molto spesso, la diagnosi la fa da solo.
Come va a finire
Nella grande maggioranza dei casi va a finire bene e senza fare niente. Le parasonnie dell'età evolutiva sono comuni, in genere benigne e autolimitate, e differiscono per tipo da quelle dell'adulto. La curva della prevalenza lo mostra da sola: dal 34,4% a un anno e mezzo si scende progressivamente, e negli adulti si arriva al 2,2%.
Un dato della coorte del Quebec merita di essere conosciuto dai genitori: circa un terzo dei bambini che hanno avuto terrori notturni precoci sviluppa in seguito sonnambulismo. Questo spiega perché a un certo punto la scena cambi, e perché la casa vada tenuta in sicurezza anche quando gli urli notturni sono finiti.
Sui meccanismi, la letteratura più recente mette insieme tre elementi: una predisposizione genetica, un sonno non REM instabile e i disturbi respiratori del sonno. È lo stesso terzetto che si ritrova, con pesi diversi, in tutte le parasonnie dell'arousal, dal sonnambulismo ai risvegli confusionali. Le forme che restano o compaiono in età adulta sono un capitolo a sé, con implicazioni anche medico-legali, e riguardano una minoranza.
Quando chiedere una visita
Un episodio ogni tanto, in un bambino piccolo che di giorno sta bene e cresce bene, non richiede nulla di più che una notte di sonno regolare in più alla settimana.
Le situazioni in cui invece chiedo di essere chiamato sono queste. Episodi quasi tutte le notti, o più di uno nella stessa notte. Episodi in cui il bambino si fa male, o esce dalla stanza. Russamento abituale, pause del respiro, bocca aperta di notte. Comparsa dopo i dieci anni, o persistenza in adolescenza. Movimenti sempre uguali, rigidità di un braccio o di una gamba, episodi nella seconda parte della notte. Sonnolenza di giorno, o un rendimento che cala. E la situazione più frequente di tutte: genitori che non dormono più, il che è un motivo sufficiente da solo.
Su chi chiamare vale una precisazione, perché al telefono si sbaglia spesso. Per un bambino la figura di riferimento è il neuropsichiatra infantile, che è una specializzazione diversa dalla neurologia e dalla psichiatria dell'adulto: si occupa di neurologia, psichiatria e sviluppo dai zero ai diciotto anni, e legge un sintomo notturno dentro la storia di crescita del bambino. Se cercate un professionista, la pagina su come sceglierlo elenca le cose da chiedere.
Alla visita portate il diario, l'orario tipico degli episodi, un video se siete riusciti a farlo (con il telefono, senza accendere la luce grande) e la storia familiare. Se in casa qualcuno da bambino camminava nel sonno o urlava di notte, ditelo subito: cambia immediatamente il modo in cui leggo il resto. Altre pagine utili qui accanto: i disturbi del sonno in età evolutiva, l'enuresi notturna e il bruxismo, che spesso viaggiano insieme.
Fonti
Quello che c'è scritto qui sopra poggia sui lavori elencati sotto. I link portano agli articoli originali; per ciascuno è indicato se il testo completo è liberamente accessibile.
Letteratura scientifica
- Petit D., Pennestri M., Paquet J., Desautels A., Zadra A., Vitaro F., Tremblay R. E., Boivin M., Montplaisir J. (2015). Childhood Sleepwalking and Sleep Terrors: A Longitudinal Study of Prevalence and Familial Aggregation. JAMA Pediatrics, 169(7), 653. Coorte di 1.940 bambini nati in Quebec nel 1997-98 e seguiti fino al 2011. I terrori notturni raggiungono il massimo a un anno e mezzo, con il 34,4% (intervallo di confidenza 32,3-36,5), e poi calano con l'età; il sonnambulismo raggiunge il suo massimo a dieci anni con il 13,4%. Circa un terzo dei bambini con terrori notturni precoci sviluppa in seguito sonnambulismo. Sono i numeri di prevalenza e di decorso usati in questa pagina. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Petit D., Touchette E., Tremblay R. E., Boivin M., Montplaisir J. (2007). Dyssomnias and Parasomnias in Early Childhood. Pediatrics, 119(5), e1016-e1025. Stessa coorte, 1.997 famiglie, fascia 2,5-6 anni. I terrori notturni compaiono almeno una volta nel 39,8% dei bambini, il sonnambulismo nel 14,5%, il parlare nel sonno nell'84,4%. Il sonnambulismo ancora presente a sei anni risulta associato all'ansia di separazione. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Nguyen B. H., Pérusse D., Paquet J., Petit D., Boivin M., Tremblay R. E., Montplaisir J. (2008). Sleep Terrors in Children: A Prospective Study of Twins. Pediatrics, 122(6), e1164-e1167. Trecentonovanta coppie di gemelli. I terrori notturni riguardano il 36,9% dei bambini a diciotto mesi e il 19,7% a trenta mesi. Le correlazioni fra gemelli identici e fraterni (0,63 contro 0,36 a diciotto mesi, 0,68 contro 0,24 a trenta) portano a stimare la componente genetica additiva al 43,7% e al 41,5% nelle due rilevazioni. È la fonte del peso attribuito qui alla familiarità. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Ohayon M. M., Guilleminault C., Priest R. G. (1999). Night Terrors, Sleepwalking, and Confusional Arousals in the General Population. The Journal of Clinical Psychiatry, 60(4), 268-276. Quattromilanovecentosettantadue adulti nel Regno Unito, intervistati con procedura strutturata. I terrori notturni riguardano il 2,2% (1,8-2,6), il sonnambulismo il 2,0% e i risvegli confusionali il 4,2%; la frequenza cala in modo significativo con l'età e non differisce fra maschi e femmine. Le associazioni più forti sono con la sensazione soggettiva di respiro bloccato di notte (probabilità 5,1 volte maggiore), le apnee ostruttive (4,1), gli incubi almeno una notte al mese (4,0) e l'alcol prima di dormire (3,9). Gli autori avvertono che, trattandosi di dati autoriferiti, le stime sono probabilmente per difetto. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Castelnovo A., Lopez R., Proserpio P., Nobili L., Dauvilliers Y. (2018). NREM sleep parasomnias as disorders of sleep-state dissociation. Nature Reviews Neurology, 14(8), 470-481. Rassegna che ricostruisce il modello oggi più accreditato: durante un episodio parti del cervello sono sveglie e altre restano nel sonno profondo, e non si ha quindi né un risveglio vero né un sonno intero. È la base della spiegazione data nella prima sezione. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Idir Y., Oudiette D., Arnulf I. (2022). Sleepwalking, sleep terrors, sexsomnia and other disorders of arousal: the old and the new. Journal of Sleep Research, 31(4). Rassegna aggiornata sull'intera famiglia dei disturbi dell'arousal, comprese le forme che compaiono o persistono in età adulta e quelle con risvolti medico-legali. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Mason T. B. A., Pack A. I. (2007). Pediatric Parasomnias. Sleep, 30(2), 141-151. Rassegna di riferimento sulle parasonnie dell'età evolutiva: sono comuni, in genere benigne e autolimitate, e differiscono per tipo da quelle dell'adulto. Propone la classificazione in disturbi dell'arousal dal sonno non REM, parasonnie del sonno REM e forme che si presentano nel passaggio fra le fasi. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Kotagal S. (2009). Parasomnias in childhood. Sleep Medicine Reviews, 13(2), 157-168. Rassegna che indica tre condizioni che predispongono alle parasonnie dell'arousal: una predisposizione genetica, l'instabilità del sonno non REM e i disturbi respiratori nel sonno. Molte parasonnie si riconoscono dall'anamnesi, alcune richiedono la polisonnografia, e per la terapia comportamentale l'autore scrive che ha un ruolo ma che raccomandazioni fondate sulle prove non sono ancora disponibili. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Simard V., Nielsen T. A., Tremblay R. E., Boivin M., Montplaisir J. Y. (2008). Longitudinal Study of Bad Dreams in Preschool-Aged Children: Prevalence, Demographic Correlates, Risk and Protective Factors. Sleep, 31(1), 62-70. Novecentottantasette bambini del Quebec seguiti con sei rilevazioni fra i cinque mesi e i sei anni. Gli incubi frequenti risultano fra l'1,3% e il 3,9%, e gli autori scrivono che sono meno diffusi di quanto si pensasse. Il predittore migliore a 41 e a 50 mesi è la presenza del disturbo l'anno precedente; fra i fattori di rischio precoci ci sono un temperamento difficile a 5 mesi e l'ansiosità a 17 mesi, e fra quelli protettivi il conforto emotivo ricevuto dopo i risvegli notturni. Testo completo a pagamento; copia ad accesso aperto nell'archivio PubMed Central.
- Schredl M., Fricke-Oerkermann L., Mitschke A., Wiater A., Lehmkuhl G. (2009). Longitudinal Study of Nightmares in Children: Stability and Effect of Emotional Symptoms. Child Psychiatry and Human Development, 40(3), 439-449. Ottocentocinquantuno bambini di dieci anni e i loro genitori, con questionari compilati separatamente e un controllo a due anni di distanza. Gli incubi frequenti risultano nel 2,5% secondo i genitori e nel 3,5% secondo i bambini, con una buona stabilità nel tempo; i bambini con incubi cronici mostrano più sintomi psicopatologici. È la fonte del confronto fra le due prospettive citato in questa pagina. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Laberge L., Tremblay R. E., Vitaro F., Montplaisir J. (2000). Development of Parasomnias From Childhood to Early Adolescence. Pediatrics, 106(1), 67-74. Studio longitudinale su 664 maschi e 689 femmine seguiti dall'infanzia alla prima adolescenza. I punteggi d'ansia risultano più alti nei bambini con terrori notturni, sonniloquio, sindrome delle gambe senza riposo, bruxismo e movimenti ritmici del corpo. Le parasonnie non risultano invece associate all'indice di avversità familiare, e questo è il motivo per cui in questa pagina non si attribuisce il pavor a un problema dentro casa. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Pressman M. R. (2007). Factors that predispose, prime and precipitate NREM parasomnias in adults: Clinical and forensic implications. Sleep Medicine Reviews, 11(1), 5-30. Rassegna che ha introdotto la distinzione fra ciò che predispone, ciò che innesca e ciò che precipita un episodio. È lo schema in tre livelli usato nella sezione sulle condizioni che rendono un episodio più probabile. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Zadra A., Pilon M., Montplaisir J. (2008). Polysomnographic diagnosis of sleepwalking: Effects of sleep deprivation. Annals of Neurology, 63(4), 513-519. Quaranta sonnambuli adulti registrati in laboratorio per due notti. Nella notte normale si contano 32 episodi in 20 pazienti (il 50%); dopo 25 ore di privazione di sonno gli episodi salgono a 92 in 36 pazienti (il 90%), e diventano più complessi. Riguarda il sonnambulismo e non il pavor, e riguarda adulti: qui è citato per il meccanismo, che è comune a tutti i disturbi dell'arousal. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Paruthi S., Brooks L. J., D'Ambrosio C., Hall W. A., Kotagal S., Lloyd R. M., et al. (2016). Recommended Amount of Sleep for Pediatric Populations: A Consensus Statement of the American Academy of Sleep Medicine. Journal of Clinical Sleep Medicine, 12(6), 785-786. Documento di consenso di tredici esperti dopo la revisione di 864 lavori. Indica le ore di sonno nelle 24 ore per fascia d'età: 12-16 fra 4 e 12 mesi contando i sonnellini, 11-14 fra 1 e 2 anni, 10-13 fra 3 e 5, 9-12 fra 6 e 12, 8-10 fra 13 e 18. Sono i numeri riportati in questa pagina. Testo completo a pagamento; copia ad accesso aperto nell'archivio PubMed Central.
- Guilleminault C., Palombini L., Pelayo R., Chervin R. D. (2003). Sleepwalking and Sleep Terrors in Prepubertal Children: What Triggers Them?. Pediatrics, 111(1), e17-e25. Ottantaquattro bambini prepuberi con parasonnie ripetute, studiati con polisonnografia e confrontati con 36 controlli. Cinquantuno su 84 (il 61%) avevano un secondo disturbo del sonno: 49 di tipo respiratorio, 2 una sindrome delle gambe senza riposo. Dei 45 trattati, 43 con adenotonsillectomia o intervento sui turbinati, la parasonnia è scomparsa in tutti; nei sei rimasti senza trattamento è continuata. Si tratta di una casistica retrospettiva di un centro del sonno, senza randomizzazione, e le percentuali non si possono trasferire alla popolazione generale. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Marcus C. L., Brooks L. J., Draper K. A., Gozal D., Halbower A. C., Jones J., et al. (2012). Diagnosis and Management of Childhood Obstructive Sleep Apnea Syndrome. Pediatrics, 130(3), 576-584. Linea guida dell'American Academy of Pediatrics: chiedere del russamento a ogni bambino in ogni visita, usare la polisonnografia come esame di conferma, considerare l'adenotonsillectomia come primo trattamento in presenza di ipertrofia adenotonsillare. È il riferimento delle domande sul respiro elencate in questa pagina. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Frank N. C., Spirito A., Stark L., Owens-Stively J. (1997). The Use of Scheduled Awakenings to Eliminate Childhood Sleepwalking. Journal of Pediatric Psychology, 22(3), 345-353. Tre bambini seguiti con un disegno a linee di base multiple non concorrenti. Svegliandoli poco prima dell'ora tipica dell'episodio il sonnambulismo è stato eliminato in tutti e tre, e il risultato si manteneva a tre e a sei mesi. Il campione è minuscolo, ed è la descrizione originale della tecnica dei risvegli programmati. Testo completo a pagamento, riassunto libero.
- Galbiati A., Rinaldi F., Giora E., Ferini-Strambi L., Marelli S. (2015). Behavioural and Cognitive-Behavioural Treatments of Parasomnias. Behavioural Neurology, 2015, 786928. Rassegna dei trattamenti non farmacologici. Ricorda che la maggior parte delle parasonnie dell'infanzia si risolve da sola con lo sviluppo e che le prove di efficacia riguardano solo alcune tecniche, su campioni piccoli. Accesso aperto.
- Derry C. P., Harvey A. S., Walker M. C., Duncan J. S., Berkovic S. F. (2009). NREM Arousal Parasomnias and Their Distinction from Nocturnal Frontal Lobe Epilepsy: A Video EEG Analysis. Sleep, 32(12), 1637-1644. Centoventi eventi registrati in video con elettroencefalogramma, 57 parasonnie e 63 crisi frontali notturne, da 44 soggetti. L'82% delle crisi parte dallo stadio 1 o 2 del sonno, il 100% delle parasonnie dallo stadio 3 o 4. Depongono per la parasonnia il comportamento interattivo, il mancato risveglio dopo l'evento e una fine sfumata, tutti con significatività inferiore a 0,001. Un albero decisionale costruito su questi elementi classifica correttamente il 94% degli eventi. Testo completo a pagamento; copia ad accesso aperto nell'archivio PubMed Central.
- Manni R., Terzaghi M., Repetto A. (2008). The FLEP scale in diagnosing nocturnal frontal lobe epilepsy, NREM and REM parasomnias: Data from a tertiary sleep and epilepsy unit. Epilepsia, 49(9), 1581-1585. Settantuno soggetti adulti (età media 54 anni, con deviazione standard di 21) valutati con la scala FLEP e con la registrazione notturna. La sensibilità è del 71,4%, la specificità del 100%, il valore predittivo positivo del 100% e quello negativo del 91,1%. La scala ha però classificato male 4 soggetti su 71 e ha dato un'indicazione incerta in 22 casi, cioè nel 30,9%. È la ragione per cui in questa pagina si dice che un questionario non sostituisce una registrazione. Testo completo liberamente consultabile sul sito dell'editore.
- Bruni O., Ottaviano S., Guidetti V., Romoli M., Innocenzi M., Cortesi F., Giannotti F. (1996). The Sleep Disturbance Scale for Children (SDSC). Construction and validation of an instrument to evaluate sleep disturbances in childhood and adolescence. Journal of Sleep Research, 5(4), 251-261. Strumento italiano, costruito e validato a Roma su 1.304 bambini: 1.157 controlli di età media 9,8 anni e 147 con un disturbo del sonno, di cui 71 con parasonnie. La coerenza interna è 0,79 nei controlli e 0,71 nel gruppo clinico, la ripetibilità a distanza 0,71; l'analisi fattoriale individua sei fattori che spiegano il 44,21% della varianza. La versione finale ha 26 domande, dopo l'esclusione di quella sull'enuresi. È il questionario citato nella sezione sulla valutazione. Testo completo liberamente consultabile sul sito dell'editore.
L'autore
Neuropsichiatra Infantile specializzato in ADHD, disturbi dello spettro autistico, DSA e disturbi del comportamento in bambini e adolescenti. Fondatore di BrainGas (Difficoltà in Abilità). Valutazioni diagnostiche, percorsi di trattamento personalizzati e supporto diretto alle famiglie in Campania e Lazio.
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Domande frequenti
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Bisogna svegliare un bambino durante un terrore notturno?
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